Martedì, 19 Ottobre 2021
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Nuovo Curi, un inutile scaricabarile che non serve né al Grifo né alla città

Al di là delle dispute velleitarie tra tifosi, amministrazione comunale e Perugia Calcio, la verità vera è che non ci sono le condizioni economiche per ristrutturare lo stadio o rifarlo nuovo. E aspettando tempi migliori, meglio piccoli aggiustamenti e la capienza ridotta che andare in campo neutro

È bastato uno striscione appeso in gradinata da tifosi ben organizzati (è stato realizzato in serigrafia, non certo in garage con le bombolette spray e le lenzuola della nonna) per scatenare un fuoco incrociato sulla ipotetica costruzione/ristrutturazione dello Stadio Curi. E tutti a sparare addosso a Massimiliano Santopadre, dagli uffici del Comune all’ex assessore Calabrese, dai tifosi ad alcuni opinionisti. Un tutti contro tutti con conseguenze facilmente immaginabili: si rischia di finire sotto il fuoco amico.

Bene, forse è arrivato il momento di piantare alcuni paletti, vorremmo dire incontrovertibili. Cose semplici:

1) Lo stadio è di proprietà del Comune di Perugia. Dunque i lavori straordinari, come quelli appena iniziati ed appaltati, per un milione di euro, sono in carico all’amministrazione. Tempi e modi, che hanno inciso sulla ridotta capienza non sono addebitabili a Santopadre, che, anzi, deve rinunciare a qualche decina di migliaia di euro di incassi dal botteghino.

2) Il Perugia Calcio è una Spa di proprietà di Santopadre e checché se ne dica, non è né dei tifosi né della città. Idealmente sì, di fatto no. Quindi è perfettamente inutile chiedere all’attuale presidente di andarsene o di tirare fuori cospicue somme per ricostruire o ristrutturare il Curi. A meno di presentarsi a Pian di Massiano con soldi cash e cercare di acquistare la società.

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Tutto ciò puntualizzato, questo scaricabarile (al quale, però, Santopadre non ha risposto) non serve a nessuno. Né al Comune, né al Perugia né ai suoi encomiabili tifosi, che negli ultimi 16 anni sono passati attraverso retrocessioni e fallimenti sanguinosi senza mai allontanarsi dai gradoni sbrecciati del Curi. Nemmeno in serie D.

E allora, perché il progetto (ammesso che ce ne sia uno definito, ma non crediamo proprio) non decolla? Semplice: non ci sono le risorse economiche, che non sarebbero poi tantissime, ma prevedono comunque un impegno a lunga scadenza (mutuo di un milione di euro l’anno col Credito Sportivo, se non andiamo errati). Del resto, quali sono gli stadi in Italia di proprietà delle società?

Allianz Stadium (Juventus), Mapei Stadium (Sassuolo), Gewiss Arena (Atalanta), Dacia Arena (Udinese) e Benito Stirpe (Frosinone).

Parliamo cioè di colossi come Fiat (attraverso la Exor, 143 miliardi di fatturato) Mapei (2,8 miliardi), Percassi (il suo gruppo fattura 623 milioni, lui ha un patrimonio personale stimato da Forbes in un l miliardo di euro), Gruppo Pozzo (patrimonio non dichiarato, ma in grado di gestire anche il Watford e prima ancora il Granada, ceduto poi ai cinesi) e infine Maurizio Stirpe, la cui azienda fattura 650 milioni di euro, che è anche vicepresidente di Confindustria, biglietto da visita che apre diverse porte.

Insomma, ci siamo capiti abbastanza sulle difficoltà, soprattutto economiche, che attraversano questo progetto.

Il Comune non vuole infilarsi in un altro buco nero come il Minimetro ed evidentemente le dichiarazioni entusiastiche e congiunte di un anno fa degli assessori Scoccia e Pastorelli (“sarà una struttura polifunzionale, in grado di ospitare concerti e altre manifestazioni, con aree commerciali indispensabili se si vuol far camminare lo stadio sulle proprie gambe”) sono state già riposte dentro una cartellina.

Così come l’idea di cercare possibili investitori, che il Comune voleva affidare alla Cassa Depositi e Prestiti.

Limitandoci alla nostra Regione, chi potrebbe essere interessato a finanziare lo stadio in cambio di una rendita molto ma molto ipotetica? Tra le prime dieci aziende regionali per fatturato, tolta la AST Terni ci sono leader della grande distribuzione come Conad, Eurospin e Coop che, ad occhio e croce, non hanno interessi nel calcio. Ci sono Cucinelli (503 milioni), Fioroni (370) e la Colacem (277), ma coinvolgerli significherebbe, come minimo, farli entrare in quota parte nel Perugia. Il che, presumibilmente, non interessa né loro né tantomeno Santopadre.

Il quale, comunque la si pensi, tiene in una dignitosa serie B un club che è tra gli ultimi della categoria, sia come monte stipendi sia come valore dei calciatori (fonte Transfermarkt: 13milioni di euro totali, cioè una media di circa 413mila euro. Niente).

Non sappiamo quale sia il patrimonio di Santopadre, ma probabilmente non ha le forze per accollarsi un muto decennale di 5-600mila euro l’anno, sempre che il resto lo sottoscriva l’amministrazione comunale. Nonostante il contributo derivante dai diritti tv e radio sia quasi raddoppiato, arrivando a circa 8 milioni.

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L’unica carta vincente potrebbe essere una eventuale promozione in serie A, che garantirebbe talmente tante risorse da non dare alcun problema. Basterà dire che lo scorso anno Crotone e Benevento, ultime, sono arrivate a 30 milioni solo di diritti tv, mentre Atalanta e Sassuolo, arrivate molto più avanti in classifica, hanno avuto 54 e 40 milioni di euro.

In attesa di un evento, che ora come ora pare del tutto improbabile, sarà bene mettersi il cuore in pace, ringraziando l’amministrazione per il milione di euro che sta spendendo per i lavori di adeguamento. L’alternativa, detta in modo brutale, è chiudere tutto e andare a giocare in campo neutro. Magari ad Ascoli, come era stato ipotizzato tre anni fa durante la riunione tra Comune e Perugia Calcio.

Morale: meglio essere pochi ma buoni dentro il Curi o trasferirsi ogni quindici giorni nelle Marche?

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