Rubriche

LIBRI & PERSONAGGI | Gaio Fratini, il grande umbro della "parola" dimenticato. Il ricordo di Sgarbi. "Professione: letterato perseguitato"

"Gaio Fratini, il mio primo centenario", edizione Futura Libri, a cura del nostro amico Antonio Carlo Ponti, è un'opera importante (e forse definitiva) per far conoscere veramente questo straordinario umbro che ha segnato la cultura del secolo scorso, dalla poesia al giornalismo fino ad essere uno dei più importanti epigrammisti italiani oltre che critico televisivo. Una mente vivace, uno spirito troppo libero, un poeta senza pari, che ha dato tutto ma ha ricevuto troppo poco. Di seguito la prefazione al libro di Vittorio Sgarbi che ha ben conosciuto, aiutato e amato il nostro Gaio Fratini. Buona lettura (il direttore)

**************
di Vittorio Sgarbi

Toccherà a me. Da satirici a malinconici. È forse una parabola o un destino che umanizza le voci e le penne più caustiche che lentamente si spengono
mantenendo memoria di ciò che sono stati i calori di fiamme lontane. Conoscevo Gaio Fratini per le fulminanti battute e gli epigrammi, i più vividi
dopo quelli di Achille Campanile, ma anche più perfidi, su “Satyricon”. Lo vedevo, lo frequentavo nella Roma degli anni Ottanta,e lo trovai poi depresso, derelitto, afflitto, ma desideroso di riscatto, dopo la delusione della chiusura dell’inserto de “la Repubblica” voluta dal suo fondatore Eugenio Scalfari. Non era difficile intercettare la sua simpatia, trovandosi, per diverse ragioni, nemici comuni. Il Gaio Fratini che io incontrai e frequentai era un uomo malinconico, deluso, pentito. Intercettai la sua natura, lui la mia attitudine a riparare le ingiustizie, a compensare i traditi e i delusi. Mi capitò, negli stessi anni, con un altro grande umiliato, e suo coetaneo: lo storico dell’arte Dario Durbè,  disarcionato dopo l’incidente dei falsi Modigliani, e abbandonato ed emarginato dagli stessi che lo avevano corteggiato e blandito. 

Esemplari viventi della figura baudelairiana dell’“albatro”: "Spesso, per divertirsi, le ciurme catturano degli albatri, grandi uccelli marini, che seguono, compagni di viaggio pigri, il veliero che scivola sugli amari abissi. E li hanno appena deposti sul ponte, che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi, abbandonano malinconicamente le grandi ali candide come remi ai loro fianchi. Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero! Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto! Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa, un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava! Il poeta è come il principe delle nuvole che, abituato alla tempesta, 380 ride dell’arciere; esiliato sulla terra fra gli scherni, non riesce a camminare per le sue ali di gigante".

Così trovai quegli amici più grandi, dell’età di mio padre, stanchi e mortificati, e cercai di tenerli vivi dando loro il mio affetto e la mia stima, a com- pensare quello che era stato loro tolto. Per diverse ragioni la loro stagione era finita. Nel caso di Durbè, per un errore, una insidia, una burla, crudele e preterintenzionale. Nel caso di Gaio, i tempi erano cambiati e questo ac- cadde più o meno in coincidenza con l’avvento di Berlusconi che spostò la lotta e la satira dalla stampa alla televisione, inaridendo cultura e ironia, battute fatali pronunciate nei caffè romani con Antonio Delfini ed Ennio Flaiano, testimoni perduti di un mondo di cui lui, Gaio, con Giovannino Russo, era l’ultimo sopravvissuto. Letteralmente all’ombra de “il Caffè’”, la rivista di Giambattista Vicari, sulla quale scrivevano eccentrici amanti della parola fulminante, come Rodolfo Wilcock, Giorgio Manganelli, Guido Ceronetti, Alberto Albasino.

La grossolanità della politica e dei suoi personaggi determinava obiettivi facili: «humor è quello che manca alle anatre ministe- riali e ai tacchini del Campidoglio», scrive Gaio. Tra quegli eccentrici, nella Roma degli anni Sessanta c’erano Tito Balestra, Gian Carlo Fusco, Augusto Frassineti, tutti morti al momento giusto, cioè presto. Gaio era invece sopravvissuto, irrimediabilmente. Gli restavano, negli anni della malinconia, affini, capricciosi e sulfurei: Pietrangelo Buttafuoco, io, Filippo Ceccarelli, al quale Gaio scrive della tristezza di quei giorni derelitti, fotografando il suo status (per non parlare di stato d’animo, ma di indigenza): «Mi telefona un momento fa Sergio Zavoli, savianesco socialista di Dio, offrendo alla mia esistenza precaria una collaborazione a “Il Mattino” di Napoli: “Ma per ca- rità! Niente epigrammi”». La mia idea sarebbe quella di scrivere epigrammi en travesti, osservazioni fuggitive e automatiche come scrivessi questa lettera.

Ricordare, per esempio, l’aria politica, spionistica, carbonara che si respirava nei casini di via degli Avignonesi e massimamente di via del Leonetto. Il grande Antonio Delfini disse un giorno alla radio che la sua formazione culturale se l’era fatta nel postribolo di Madama Saffo a Firenze, insieme a Landolfi e a Gadda. L’intervistatore della diretta fu allontanato dagli studi di via del Babuino. Ecco: l’aria dei tempi era in quel «Ma per carità! Niente epigrammi», come dire niente Gaio, fattosi triste. D’altra parte, lui lo aveva capito perfettamente: «La mia cultura odora di Treccani, / come regalo di nozze arrivò / in casa... Il senatore Carlo Bo / la difende attualmente dai profani. / In un convegno a Bologna / il ghignante Umberto Eco oppone / alla Treccani così voluminosa / e intrasportabile / i cd-rom, dischetti inesorabili / su viziosità computer americani. / Lettore, affaticarti più non devi: / che l’Enciclopedia sia una diabolica / mania per i lacché dell’elettronica».

Conosceva il destino fallimentare della carriera dell’epigrammista: «l’epigramma non sogna che sconfitte, / muore ogni volta all’alba, insieme alle sue vittime». Da Marziale, il suo vero maestro, a Gaio. Nessuno più si chiama Gaio. Fu lui l’ultimo degli antichi, fattosi, agli inizi  degli anni Novanta, reperto archeologico. Lo incontrai per caso, né più ricordo dove (forse da Maurizio Costanzo), agli inizi della mia carriera televisiva, il suo inferno, con gli ultimi bagliori di battute che me lo resero caro, e io a lui. Aveva allora la mia età di ora.

Lo trovai agonizzante, talvolta anche disperato, senza perdere l’ironia e l’allegriadella parola, e cercai in ogni modo di sostenerlo, vedendo negli occhi suoi e in quelli della moglie Arianna una inesausta fiducia nella mia possibilità di aiutarli. E non potendo fargli regalie e beneficenza, inventai un premio per fargli avere un po’ di danaro. All’epoca presidente della Commissione Cultura della Came- ra deputati, presenziai, in un luogo mirabile, Barcis in Valcellina, nella indicibile luce del lago, al premio di poesia dialettale Giuseppe Malattia della Vallata. Si intenda: siamo in Friuli, la patria di Pasolini, e il friulano, con il sardo, è l’unica lingua riconosciuta come tale (rispetto ai dialetti) da una legge dello Stato.  Il presidente del Premio era un coetaneo di Gaio, un professore dotto e arguto, Antonio Piromalli, calabrese, che aveva vissuto e insegnato a Ferrara con mio zio, Bruno Cavallini. Così, dopo la lettura di testi in lingue incomprensibili, al momento del discorso per la premiazione, proposi l’istituzione di un premio parallelo, per un autore italiano o straniero tradotto in lingua italiana, dedicato al nome di mio zio, e con una giuria costituita da un numero di commissari dispari inferiore al tre, cioè io solo, che mi proposi anche come finanziatore. 

Così nacque il premio Cavallini. La formula piacque e dura da ventiquattro anni. Il primo premiato, nel 1997, fu Gaio Fratini. Non so quanto fosse conosciuto a Barcis, ma nessuno discusse la mia proposta. Arrivò Gaio, festoso e felice, e fu amato da tutti, in particolare dal sindaco illuminato, Maurizio Salvador, che non ha più dimenticato quei giorni. La scelta di Gaio era per me un impegno morale, e posso dire che il premio nacque quasi apposta per lui. Gaio rimase qualche giorno a Barcis, con Arianna, e fu, autenticamente, felice. Scrisse in quell’occasione un epigramma come premio ai luoghi, con slancio autentico: «Ma sereno e nel segno di una privacy / alla Novalis mi ritrovo a Barcis / davanti a un lago di stelle dipinto. / Brindo con Claudio Magris / alla sua Valcellina / dove non so più se è notte o mattina.»

Non potendo inventare un premio all’anno, per sollevarlo dalle condizioni di semindigenza, pur nel riparato rifugio di Orvieto, mi mossi per fargli avere il vitalizio della legge Bacchelli che non bastò a restituirgli il buon umore, ma che lo portò più sereno fino alla scadenza del suo tempo, che non poteva che coincidere con l’ultimo anno del millennio scorso al quale Gaio apparteneva. D’altra parte, quello che è venuto dopo non avrebbe potuto sopportarlo. Ogni epigramma sarebbe stato inadeguato. Oggi proprio dalla sua città, Città della Pieve, ci viene Mario Draghi.

Il suo epitaffio lo ha scritto Paolo Mauri: «Se n’è andato in punta di piedi, a 78 anni, Gaio Fratini. Umbro di Città della Pieve, da qualche anno viveva a Orvieto, la vista sempre più debole e il cuore in tumulto, come accade ai bastian contrari in perenne litigio col mondo e con sé stessi. Gaio faceva di professione, da sempre, il letterato perseguitato, cambiando naturalmente persecutore di tanto in tanto, sennò non si sarebbe divertito. Alla fine aveva l’animo di un fanciullo, cioè riusciva a essere candido e perfido al tempo stesso, come si conviene a un poeta satirico.» E così sia.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

LIBRI & PERSONAGGI | Gaio Fratini, il grande umbro della "parola" dimenticato. Il ricordo di Sgarbi. "Professione: letterato perseguitato"

PerugiaToday è in caricamento