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LE NUVOLE di Antonio Carlo Ponti | Cinquecentenario peruginesco. Le ambizioni (un po’) sbagliate

E così mi guardo la mega mostra che richiama le folle. Bene. Molto bene. La cultura tiene, la scuola un po’ meno, forse; siamo tutti noi visitatori, prenotati e no, oltre i cinquant’anni (i vecchi aumentano e figli non se ne confezionano) e fare le scale – l’ascensore è guasto e spero non sia un malanno ‘diplomatico’ – l’è duretta per italiani perfino con bastone e ginocchi capricciosi. Sono qui con amiche e amici di alcuni Lions Club dell’Umbria, amabilmente guidati da Francesca Abbozzo,
storica dell’arte. Tant’è, appena entri ti accolgono le storie di san Bernardino (due su otto di mano Perugino, la altre sono di Pintoricchio) e la Bellezza t’inonda. Quella antica di secoli che sembrano contemporanei, ti pare che è così, punto; è sempre stato. 

Settanta opere, alcune di coevi Maestri, cioè “e il suo tempo” del titolo generale, e qui è il mio per dir così, absit iniura verbis, pensiero critico da profano cronista che ha in sé qualche goccia di sangue nobilitato da qualche lettura. Il Signorelli si può vedere tutti i dì nel propinquo Museo Capitolare e idem Caporali&C. Il Perugino andava sacralmente, rispettosamente, affettuosamente lasciato al suo proprio destino di “meglio maestro d’Italia”. Merito eccezionale della messa solenne espositiva l’aver qui e ora capolavori involati altre i confini, non tutti recuperati da Canova nelle sue missioni. Però, riflettevo davanti a quel che è a Washington o a Caen o al British o al Louvre se ciò è un ‘male assoluto’ o pezze d’appoggio, ticket del nostro Genio. 

Non si dice che l’arte è un bene culturale? Ne abbiamo fin troppa di Bellezza e io, invece, libererei dalla condanna all’invisibilità il milione – sparo una cifra – di opere stipate nei depositi dei musei, per non parlare dell’altro milione sparso in uffici pubblici che solo i grand commis possono ammirare, quando sono al lavoro. Come? Ma creando nuovi spazi e inventando e realizzando la filosofia strategica delle rotazioni, o dei ‘comodati’ onerosi con le famiglie. Oh poter avere in casa, anziché, delle ignobili croste o trucchi postmoderni, che so, un disegno, la butto lì, del Guercino. Sogni, utopie, occasioni sprecate, evasione fiscale oscena, e qui faccio politica: ruberie, immoralità. La Grande Bellezza del nostro Perugino meritava di più, dopo cinque secoli dal giorno in cui a Fontignano un malore lo rapì alla vita e alla pittura.

Col pennello in mano, il suo ferro del mestiere. Ho notato che “la lotta fra il sesso e la castità” , oggi al Louvre, attira eccome. Fa discutere anche il fatto che Isabella d’Este lo rifiutò. Un unicum, un quadro profano.1l catalogo, bilingue spero, dal 4 maggio è ancora in terze bozze. Redattori e eruditi, datevi una svegliata. A giugno si chiude. Un lucro cessante non vendere libri. Roba da dar le dimissioni. Ma qui da noi chi si dimette! Devo raccontar qualche aneddoto? Mi taccio. Ho troppa venerazione per il Divin pittore che sembra un contadino d’aspetto e ha nella mente e nel cuore e nella mano e sì! Nella bottega in copiosa opulenza Grazia e
Armonia.

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