Venerdì, 19 Luglio 2024
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LA RECENSIONE di Antonio Carlo Ponti | ”Il viola e la pietra” di Francesca Cencetti

Sia dato credito alla poesia. Ridicolo scriverla ma ancor di più non scriverla. La regola di Francesca Cencetti.

Fra i molti, forse troppi, libri che ho per casa, ve n’è uno che mi è assai caro: “Il lettore di professione” di Paolo Milano. Critico de “L’Espresso” per 30 anni, vi è raccolta una scelta di 64 recensioni (che lui chiama cronache) di libri di tutte le letterature. Milano, ebreo, subì le persecuzioni razziali e visse per
anni in esilio. Mi sarebbe piaciuto durante la mia vita fare altrettanto, leggere un libro con acribia e distillarne ogni settimana: con la neve
e il sole, con le zagare in fiore e le nebbie autunnali e il feuillage, un commento equanime, ben calibrato e intelligente. Qui e ora mi occupo di una silloge di poesie, opera prima di una poetessa umbra di forte carica lirica, come raramente capita di trovarne all’esordio. 

”Il viola e la pietra” il titolo (Alino Editrice, 2022, pp 119, prefazioni di Donato Loscalzo e Marco Bussagli), autrice Francesca Cencetti, umbra, già preside del “Liceo Artistico Bernardino di Betto” di Perugia, anche valente pittrice come si evince dal suo suggestivo dipinto in copertina. Chi scrive in materia di poesia contemporanea è manicheo, tranchant. O è poesia o il suo contrario: la crociana non poesia. Tertium non datur. E leggendo e rileggendo i 51 testi, ora brevi ora lunghi, qui accolti in ordine alfabetico secondo la lettera iniziale dei titoli, costruiti con originale e inimitabile materia linguistica e lirica, nella bella plaquette di ispirazione e sensibilità ve n’è copiose e doviziose, serrate o fluide, secche o tenere, e sempre “dalla parte di lei” per usare un brand o meglio un romanzo di Alba De Céspedes. In genere i primi libri sono aperti e viatici ai successivi, che sono quasi sempre migliori; qui ci troviamo a misurarci invece con la compattezza matura, con una sfida lessicale e profetica (i poeti sono per Shelley inascoltati legislatori del mondo) vinta in prima battuta, tout court. 

I temi della poetessa, che scrive di necessità, come insufflata dalle divinità del Mito e in linea diretta da Euterpe e da Eraclito, sono quelli eterni e metafisici e quelli transeunti e effimeri, della realtà e dell’alta fantasia. La poesia di Francesca Cencetti non è mai – salvo in verità in taluni lacerti o
frammenti diaristici, allusivi e memoriali – lirica d’occasione, ma costantemente ansito immaginifico, fiamma (per Rimbaud il poeta è un ladro di fuoco), lingua di pensiero elegiaco come scintillata da luoghi, ricordi, passioni, incontri, persone, effetti, amari, affetti, amori. O meglio, il repertorio appena elencato è sì presente – come potersi non dare? – ma risulta come eternato e sublimato in una sorta di voto, di volo, di slancio, di inabissamento.

La poesia, quando è autentica, abito mentale e sentimentale, quando comprende l’etica e l’estetica, quando è “verità e bellezza“, in quel punto si fa assoluto tutto: la terra e il cielo, lo spazio e il tempo. Per l’autrice, presente a sé stessa, ma pure come immersa in sottile e controllato delirio, le pareti della casa «custodi dei ricordi … / osservano la luce violacea nel risveglio all’alba solitaria / ascoltano il silenzio per stanare le paure / nel loro spaesamento senza confini / si affaccia / il desiderio di fuga». Uno dei leitmotiv è «non lasciarsi sfuggire la gioia» che può declinarsi come «il velluto giallo della poltrona / il legno nero del tavolo / il drappo bianco della veste/ la fragola rossa posta nell’incavo / del tuo braccio / dove la bocca della dea / chiedendo te / ingoia stessa». Una poesia immanente nel profluvio – da pittrice fauve – di colori e coloriture paradigmatici e narrativi, corporei, necessari, e nel contempo poesia metafisica e trascendente nella sua laicità, eppur vibratile di spirito e in altezze. Fine delle citazioni. Un libro da leggere, questo, per star bene, da delibare tutto intero, e da rileggere per capire non solo la poesia di oggi ma una donna del nostro tempo.

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