Domenica, 14 Luglio 2024
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L'Intervento di Marco Saioni | Viaggio in città tra l’incontinenza dei “graffitari”: arte, slogan e scarabocchi

Quella di far parlare i muri è tuttavia una pratica atavica, basti pensare alle incisioni rupestri di epoca preistorica, un’arte collettiva, tuttavia, volta a rappresentare un mondo, dai profondi significati rituali e propiziatori

L’incontinenza che affligge i “graffitari” si rivela, come noto, sulle superfici pubbliche e private. Un inquinamento visivo, inflitto alla collettività, che si offre ciclicamente, preferibilmente su pareti appena restaurate. Risorse non irrilevanti per chi volesse porvi rimedio nel tentativo di ripulire. Spesso un supplizio che neanche Sisifo, costretto dagli dei a una punizione, il cui ciclo si ripeteva all’infinito. In questi giorni è riapparsa la consueta ACAB, acronimo che non è il caso di sciogliere poiché oltraggioso nei confronti di tutti, poliziotti e carabinieri, compresi quelli che proteggono o salvano vite. Un messaggio, tuttavia, per quanto lapidario e grossolano, indirizzato a pochi, un senso lo esprime. Analogamente lo fanno altri slogan, come quello che recita “Fuck patriarcato potere al proletariato” da tempo presente in zona Monteluce. Volendo esercitarsi con l’esegesi del testo potremmo avanzare dubbi sul ruolo del proletariato, tra l’altro ormai scomparso per palese assenza di prole, come argine al patriarcato. Ingenuità a parte, anche qui un atto comunicativo, magari rivolto a una platea più vasta.

A farla da padrone è tuttavia la miriade di grafemi privi di senso per i più, apparse in ambiente urbano ormai da qualche decennio. Firme o loghi con un proprio codice linguistico, comprensibili, posto che lo siano, da una ristrettissima combriccola. In pratica testi esoterici dai significati occulti, accessibili solo agli adepti. Non è noto se siano previsti diversi gradi d’iniziazione. Per tutti gli altri sono sgorbi e insulti alla bellezza, deiezioni grafiche autoreferenziali che trovanoriscontro comportamentale nel mondo canino, quando la zampa si alza per segnare il territorio. Quella di far parlare i muri è tuttavia una pratica atavica, basti pensare alle incisioni rupestri di epoca preistorica, un’arte collettiva, tuttavia, volta a rappresentare un mondo, dai profondi significati rituali e propiziatori. Persino i graffiti nei lupanari di Pompei, quali “hic ego puellas multas futui” in parte assimilabili alle più moderne iscrizioni in qualche cesso pubblico, tendevano a esaltare le specialità della casa. Trasmettevano dunque anche loro un senso accessibile a tutti.

muroEsempi anche da noi, presso l’area archeologica di Carsulae, dove una decina di anni fa si rinvennero graffiti su intonaci nei resti delle “latrinae”. Messaggi murali tracciati da anonime mani, prima o dopo l'uso più specifico dei locali, inneggianti al trastullo di Onan o autocertificazioni di buona motilità intestinale. Lasciare il segno di una presenza. Un impulso che ha contagiato anche turisti e viaggiatori tra Otto e Novecento. Molti i luoghi d’interesse in cui figurano firme e date graffiate su intonaci, tipo “Michele è stato qui”, esticazzi, dicono a Roma. In tempi più recenti, segnati da vivace contrasto ideologico, fu guerra di slogan sparati sui muri. Oggi un turista olandese firma con un bercio di pennarello indelebile la parete di una domus di Ercolano. A Perugia si preferisce la cinta muraria etrusca di Via Battisti. Quando si dice il fascino dell’archeologia...
 

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