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VISTI PER VOI - Al Mengoni si parla di quei naufraghi senza volto né nome

Lettura scenica che ci rinfaccia il reato di “lesa umanità”

A Magione, mise en espace della pagina di Naufraghi senza volto, dal libro di Cristina Cattaneo.

Un tema di grande attualità, presentato attraverso la posizione di quanti si adoperano per restituire l’identità perduta ai profughi morti nel Mediterraneo.

Se ne fanno cura, sul palcoscenico, Laura Curino e Renato Sarti, direzione dello stesso (attore/non attore) Sarti, con musiche di Carlo Boccadoro.

Sullo sfondo, i filmati e le immagini di Mattia Colombo, Jacopo Loiodice, Valentina Cicogna, a conferire valore aggiunto in termini di concretezza. E scandalo.

Perché il teatro, quando tocca le tragedie del quotidiano, assurge a una dimensione che coniuga sociale e politico, etica ed estetica. E si mostra in grado di varcare superfici aridamente pedagogiche, senza rinunciare ad assumere chiare posizioni politiche e morali.

Alcune, tante, troppe persone muoiono senza diritti: senza nemmeno quello di far sapere al mondo chi sono state e che ci sono state.

Così la nostra società classifica, e umilia, le persone in categorie, con diversi diritti e impari dignità.

Gli esperti hanno schedato queste perdite come ambiguous loss, con un dolore (dei loro cari, di amici e conoscenti), legato all’impossibilità di avere prova tangibile della loro morte. Scomparsi sì, e forse perduti per sempre. Salvo prova contraria. Che non si dà.

E cosa fanno le istituzioni? Poco o niente. Si parla allora di “vuoto normativo”. Ma questo vuoto si dovrà pur riempire del pieno della consapevolezza.  

A questo compito di restituire identità, che significa dignità, si dedica meritoriamente il LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) dell’Università degli Studi di Milano, diretto da Cristina Cattaneo, antropologa, medico legale e autrice del libro da cui è tratto lo spettacolo.

Gli dà man forte l’Ufficio del Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse, la Marina Militare, coadiuvata anche da diverse università e organizzazioni di volontariato.

Attraverso questa attività di altissima caratura civile e morale, l’equipe del Labanof ha operato, su ben 566 corpi recuperati, le analisi autoptiche, la catalogazione dei vestiti e degli oggetti ritrovati.

In tal modo le rispettive famiglie hanno saputo chi piangere.

E non è poco, in Paesi dove prevale il riso in ore stultorum. Dove ci si volta dall’altra parte.  Per la vigliaccheria di non rendersi e non rendere conto. Nemmeno a se stessi.

Uno spettacolo semplice, perfino rudimentale, che coglie nel segno.

La storia della dottoressa Cristina, che si sporca le mani di umano putridume, è un esempio straziante di senso civico. Colpisce e fa male. Quegli oggetti ritrovati fra strati di cadaveri ci parlano di persone. Come quella pagella, portata da un ragazzino, per dimostrare, nel Paese di arrivo, di valere qualcosa. Col suo misero bagaglio, povero di cose, ma ricco di speranza e aspettative.

E si esce dal Mengoni col magone. Con una rinnovata consapevolezza. Con un senso di colpa. Anche. Perché sappiamo che nessuno di noi può dirsi perfettamente innocente. E che quelle tragedie gridano vendetta davanti al mondo. E davanti alla Giustizia divina. Se mai dovesse esserci.

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