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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Correva l'anno... di Marco Saioni | Perugia 1906, quando la stampa era contro la Fiera dei Morti: "Corso Vannucci ridotto a meschino villaggio"

Il nostro collaboratore nel solito lavoro d'archivio ha messo in evidenza tutte le critiche dei giornali dal 1899-1906 alla fiera considerata anacronistica e inutile ma il successo di pubblico fu costante nel tempo. Buona Lettura

La ressa tranquilla, torrenti di folla che scivolano tra vapori di salsicce e cipolle sfrigolanti in piastra. Un rito collettivo con la sua colonna sonora, zuffa di musiche pompate da casse esuberanti. Esibizioni di zelanti venditori. E’ la fiera. Un evento che mantiene intatta una specifica liturgia dei comportamenti. Cosa sarà che ci induce ogni anno a sfilare tra quei banchi nell’epoca degli acquisti da tastiera e dalla pletora dei supermercati non è chiaro. Forse il bisogno di rimarcare quel luogo comune riassumibile nella consolidata locuzione in bocca di tutti: “Quest’anno non c’è niente di nuovo”. O magari quel sottile piacere, vagamente masochista, insito nel rischio di incontrare qualcuno che non vediamo da anni, neanche su “feisbuk”, per imbastire fragili e imbarazzati dialoghi. E poi non è trascurabile quel brivido per l’innocua “fregatura” agguato gentile delle “novità” che come noto sappiamo in grado di funzionare solo lì.

Probabilmente è la devozione a una tradizione secolare, ancorché priva dei requisiti originari, quelli che dovevano garantire alle masse popolari il rifornimento d’indumenti o attrezzi da lavoro. Un’occasione, inoltre, d’incontro e svago garantita da giostre, saltimbanchi, curiosità. Ma la fiera non è più quella di una volta, si dice sempre. Altro tema ricorrente. Però dai giornali di un secolo fa, che puntualmente riferiscono sull’evento, arriva la clamorosa sorpresa. Tutti, indistintamente, quando non si limitano a elencare solo il volume di scambi e le condizioni climatiche del momento, dispensano riflessioni mirate a denigrare la fiera.

Il quotidiano progressista si lamenta, ad esempio, per l’invasione di ciarlatani nelle vie cittadine. Un’offesa ai residenti del centro vedere questa “ piovra di sedicenti commercianti che ingannano i compratori” adescandoli con prezzi bassi applicati a prodotti di cui non forniscono garanzia per l’avvenire. Insomma rischi concreti di fregature, concorrenza sleale verso i negozianti, oltre che un insulto al decoro della città. E qui sta il punto. E’infatti evidente la linea del giornale, tutta protesa ad accogliere le ragioni dei negozianti storici, furibondi per le condizioni offerte agli ambulanti in materia di tasse, solo pochi centesimi per l’occupazione di suolo pubblico, oltre al fatto di essere screditati per i prezzi elevati rispetto alle cianfrusaglie delle bancarelle. 

Sì, perché sono loro, i commercianti locali, continua il redattore, a garantire lo sviluppo economico di Perugia e poiché tali vanno tutelati. Del resto è inutile la pretesa di innalzare il livello della città ai centri più civilizzati se si mantengono usi e abitudini vecchi di secoli. Passi che si conservi la fiera del bestiame, dove la compravendita garantisce equi scambi, ma non sia più concesso lo spazio cittadino ai girovaghi dalla merce fasulla. E se proprio non se ne può fare a meno, almeno si decentri in zone periferiche. Turisti e cittadini potranno così evitare di vedere lo scempio nelle vie più belle.

E’ pure vero che “le vetrine riccamente addobbate, quelle di oreficeria di Ragnotti, quelle di manufatterie di Servadio, quelle di sartoria di Andrei” sono le più ammirate, concede il cronista, ma di acquisti non se ne parla, essendo preferite le carabattole proposte dalle bancarelle. Chissà poi perché. Al redattore sembra sfuggire la ragione dello strano fenomeno. Va giù duro anche il giornale conservatore, che spende volentieri qualche spicciolo di razzismo geografico, per cui è deleterio osservare “quei banchetti e baracche che riducono il Corso Vannucci, ora illuminato da luce elettrica, una via degna del più meschino villaggio”. E mica si può sentire “quell’urlo assordante di venditori di maglie, mutande, giocattoli, ombrelli o tappeti più o meno orientali”. Tutta paccottiglia, buona da smerciare solo in un “passetto meridionale”.

Una vera ossessione quella del presunto primato civile e progressista della città. Probabilmente abbagliati dalla luce elettrica e dai binari del tram, gli osservatori non percepivano la marginalità, di una realtà ancora arretrata e provincialissima, rilanciandone al contrario un’immagine paragonabile ai più avanzati centri del nord. Non parliamo poi delle risse, infierisce il redattore, la ciurma dei truffatori, i borseggi. Possidenti e coloni sono vittime dei maghi del rasoio. Ne sanno qualcosa quelli che hanno visto sparire il portafogli da un taglio praticato ad arte sul gilet. Somme importanti, destinate spesso all’acquisto di bestiame. No, la fiera dei morti non ha più ragione di esistere. Magari quaranta o cinquanta anni fa poteva avere senso, quando era difficile reperire merci in piazza. A quei tempi i “nostri vecchi aspettavano la fiera o la Madonna di Monteluce per vestirsi e rifornire le case di biancheria o altro” ma ora possiamo acquistare tutto, comodamente nei vari negozi, e senza affollamenti. Insomma, quel vecchio arnese della fiera non è al passo della modernità e delle sue magnifiche sorti e progressive.

Eppure, nonostante l’unanime avversità della stampa, il suo successo in termini di presenze è costante. Un esodo continuo, proveniente dalle campagne e i paesi limitrofi invade gli spazi cittadini. E’ il popolo devoto alla tradizione e all’indumento cheap. Quello che cercava anche svago per gli occhi nei giorni di festa, quando i lavori agricoli, data la stagione, non erano impellenti. Ma il successo della manifestazione, come oggi, del resto, non risiedeva nella qualità della merce quanto nelle condizioni atmosferiche. Gli ombrellai ringraziavano il maltempo, le trattorie, i famelici e la premiata ditta Vitalesta prosperava spacciando le sue rinomate fave dei morti. Indotti esigui per la città ma non disprezzabili.

E poi le battute colte al volo. E’ il caso di un nutrito gruppo di donne stipate davanti a una bancarella. “Vendono piume di un uccello esotico” fa un passante, rivolto al tipo che chiedeva conto dell’ingorgo. La replica fulminante dell’altro: “Tutta sta pipinara sol pe le piume?” Sì ma la fiera non è più la stessa di tanti anni fa, conclude il giornale “i nostri vecchi possono fare il raffronto e tutto serve per loro a rimpiangere il passato”. Della serie: corsi e ricorsi.

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