Martedì, 23 Luglio 2024
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Correva l'anno... di Marco Saioni | Perugia, 1915. La grande guerra, la storia di tre ragazzi: l'ortolano, il poeta e il caporale del Ponte...

C’erano quelli che la guerra è bella anche se fa male e poi via, sarebbe finita entro l’estate. Tutti gli altri, i contrari, come la maggior parte del Paese, erano detti neutralisti. Sembra che il giovane studente di medicina, Emilio Del Sole, eugubino, in transito davanti al caffè Falci, fosse stato oggetto di provocazione da parte di alcuni giovani. Per qualche ragione fu additato come fervente futurista guerrafondaio. In realtà era su posizioni opposte. Ne discese un diverbio di voci e gesti scalmanati. Esasperato, lo studente abbandonò l’animo pacifista per piazzare qualche efficace cazzotto, stendendo i più avventati. Alla fine, chiarito l’equivoco, furono tutti, interventisti e neutralisti a complimentarsi con Emilio.

Segni eloquenti di un’epoca alla fine. La Belle Époque stava per essere travolta dai convogli stipati di ragazzi diretti al fronte. Una moltitudine di contadini analfabeti, le braccia rubate al lavoro ad aggravare misere esistenze. L’Umbria pagò un immenso tributo di vite. Da quel viaggio undicimila di loro non tornarono più. Ecco dunque la storia di tre giovani umbri, esistenze parallele, i sogni arredati di spettri o poesia, distinte sorti nel morire. Il primo beffato dal destino, l’altro immolatosi con ardore, l’ultimo, vittima della sua angoscia.

Giulio, venticinquenne e benvoluto ortolano dell’Elce, aveva salutato famigliari e amici. Il suo nome figurava tra i militari richiamati. L’aria di primavera e le piante in fiore dovettero imporsi sulle ali nere volteggianti nei suoi pensieri. Il treno lo avrebbe condotto al fronte, sotto tiro di mitraglie e obici d’artiglieria. Per crepare di maggio, si sa, occorre troppo coraggio. Il cammino verso la stazione ferroviaria si fece allora pigro, per l’indugiare con gli occhi nel seguire le stravaganti traiettorie delle rondini. Aspirava la tiepida brezza col pensiero alla sua bietola, ormai matura. Giunse in ritardo e fu rasserenato nel vedere la coda del treno allontanarsi. Avrebbe avuto altro tempo, una manciata di ore, fino al prossimo convoglio per Terontola. C’era spazio per un pranzo in famiglia, altri abbracci da scambiare.

Il passo sostenuto rese breve la lunga salita verso la Conca, tanto da scorgere con sorpresa le vecchie fonti dei tintori, già al suo fianco. Si avvicinò alle vasche per un tuffo di mani a ravvivare viso e capelli. Un gesto consueto, nella buona stagione, quando si trovava a passare dopo il lavoro nel campo. Non si accorse, ripreso il cammino, del ciclista lanciato in discesa, inadeguato ad evitare l’urto. Un impatto violento e assurdo come il destino certe volte lo è. La testa di Giulio si aprì sopra una pietra. Avrebbe perso anche l’ultimo treno e non sarebbe stato tra i primi fanti del 24 maggio.

Un ragazzo esile e gentile, appena diciottenne, animato da fervore interventista. Amava la poesia, da nobile colto quale era. Si chiamava Vincenzo Valentini, figlio del conte Luciano, sindaco di Perugia. Si offrì volontario e partì come semplice fante, rinunciando alle opportunità che il suo rango sociale avrebbe garantito nella gerarchia militare. Salì sul treno un giorno di luglio, tra tripudi di folla, insieme alla massa di contadini e operai, ignari di geografia e delle ragioni di una guerra contro nemici sconosciuti. Rifiutò i privilegi di una condizione aristocratica per condividere la trincea con tutti loro.

Aveva appena lasciato alla madre una lettera, un ardente testamento spirituale, da aprire in caso di morte. Ne seguirono altre per raccontare la vita quotidiana al fronte. Un epistolario che rivela la pulsione per il demone della scrittura, anche dalla fossa di una trincea. Tre mesi sul massiccio della Marmolada poi il tuono di artiglieria nemica. Proiettili bastardi gli shrapnel, infarciti com’erano di biglie di piombo. Enzo si calò nella trincea e si sedette. Lo accompagnarono nella grotta adibita a pronto soccorso. Dopo sommarie medicazioni volle scendere dalla barella. Pochi passi e uno sguardo sulla cima innevata prima di svanire in un sonno infinito. Cinque palle di shrapnel lo avevano attraversato, tre delle quali affondate nel petto. Nella giacca della divisa, l’ennesima lettera alla madre. Fu a lui concessa la medaglia al valor militare e un posto nell’ossario sopra Cortina d’Ampezzo. 

E’ invece senza nome il giovane caporale, di cui accennò nelle sue memorie l’avvocato assisano Arnaldo Fortini, difensore d’ufficio dei militari finiti sotto processo, spesso sommario. Il milite, insieme ai suoi compagni, già impegnati in recenti e sanguinosi scontri, ricevette l’ordine di partire di notte per raggiungere di nuovo la prima linea. Esausti e furibondi rifiutarono di spingersi verso la nuova linea di fuoco, gridando il loro odio per la guerra e sparando diversi colpi in aria per protesta. Fu ammutinamento. Poche ore dopo ne arrestarono una quarantina. Avrebbero subìto il processo secondo il Codice penale militare.

Li misero in fila per interrogarli e quando toccò al caporale, l’avvocato riconobbe un forte accento perugino. Si avvicinò a lui per un breve scambio di parole. Era di Ponte Valleceppi, sul braccio i segni di una recente ferita, a casa una moglie e tre figli piccoli. Sembrava inebetito. La notte fu violata da tagli di luci, quelle degli automezzi fatti arrivare per illuminare la scena. L’appello scandì i nomi dei condannati, subito allineati, le ombre dure, di fronte al plotone. La scarica, in un silenzio agghiacciante, scardinò quelle vite. Corpi sprecati, dispersi in una fossa comune. Il conflitto provocò almeno sedici milioni di morti, figli delle nazioni belligeranti e altrettanti mutilati. Una lezione dal primo Novecento, presto dimenticata.
 

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