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Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia 1915, follia omicida: dare la morte per niente. Due casi di violenza tra colleghi di lavoro

L’omicida impugnava due pistole con le quali, alternativamente, infieriva sui due corpi esanimi, fino a vuotare i caricatori

Sopra il tavolo anatomico, due corpi macellati dall’ingiuria di quattordici proiettili. Tutti di grosso calibro e blindati, esplosi da un revolver a spillo e da una più moderna semiautomatica Browning. Cuore, polmoni, fegato e cranio delle vittime ridotti a poltiglia. Questo il referto necroscopico dei medici incaricati dal giudice, volto a chiarire le dinamiche di un delitto, definito dalla stampa, senza precedenti a Perugia. Accadde una mattina di giugno nel centralissimo e noto negozio di oreficeria di Camillo Ragnotti. Disposti al consueto lavoro artigianale nel locale adibito a laboratorio, i tre fidatissimi dipendenti operavano in silenzio. Erano Elio Pettinelli, ventiquattro anni, il settantenne Antonio Federici e suo figlio Luigi, coetaneo del primo giovane.

Le ricostruzioni emerse in fase processuale stabilirono che il Pettinelli, senza alcuna apparente ragione, estrasse una pistola e sparò a bruciapelo nella tempia sinistra del giovane. L’energia del proiettile provocò un cratere con bufera di sangue, lembi di tessuto cerebrale e schegge d’ossa, un occhio esploso. Morte istantanea. Non lasciò tempo al padre, lì vicino, per inorridire. Stavolta centrò la seconda vittima in pieno petto. Lo shock traumatico e l'imponente emorragia gli sciolsero la vita. Erano subito accorsi, al risuonare dei colpi, Ragnotti e la sua contabile, che assistettero allo scempio successivo. L’omicida impugnava due pistole con le quali, alternativamente, infieriva sui due corpi esanimi, fino a vuotare i caricatori. Sebbene terrorizzati dall’orrore, provarono a farlo desistere, a richiamarlo alla ragione. Solo un’occhiata per replicare, con calma surreale. Sapeva quello che faceva, disse. Che non s’intromettessero, altrimenti ce n’era anche per loro. In tasca custodiva un’altra pistola e munizioni in abbondanza.

Scapparono a chiedere aiuto. Frattanto, nei pressi del negozio una folla incuriosita era tenuta a bada dagli agenti accorsi. Due di loro entrarono nel laboratorio, armi in mano, ma videro il Pettinelli tranquillamente seduto sopra uno sgabello, le pistole riposte. Ai suoi piedi due persone riverse in una palude di sangue, in mano ancora i ferri del mestiere. Una strage pianificata e nessuno che poté chiarirne le motivazioni. Certo, il tipo era ritenuto taciturno e non destava particolare simpatia ma non aveva mai mostrato segni preoccupanti. Fu lui stesso, nel corso dell’interrogatorio a indicare nella gelosia di mestiere il movente del duplice delitto, ma essendo l’omicida indiscutibilmente assai più abile dei colleghi e per questo meglio retribuito, non sembrò plausibile. Semmai gli altri avrebbero avuto qualche motivo di rancore. Neanche apparve credibile la reazione per i maltrattamenti al garzone di bottega che una delle vittime aveva dispensato il giorno prima. Se ne proposero altre d’ipotesi, risentimenti personali, questioni di donne, eppure nulla era in grado di decifrare quel mattatoio.

L’accusa sostenne che l’omicidio fu compiuto per odio e vendetta, con premeditazione e piena coscienza dei propri atti, tanto da escludere ogni attenuante. Il carcere a vita era dunque la pena da infliggere. Gran lavoro per il collegio di difesa, rappresentato dagli autorevolissimi avvocati, Innamorati e Angeloni, impegnati a dimostrare la parziale infermità di mente, argomentata con magistrali arringhe. Gli evitarono l’ergastolo ma quando fu emesso il verdetto, Elio Pettinelli si alzò di scatto e afferrate le sbarre della gabbia, si scaglio più volte con la fronte su di esse gridando la sua disperazione “trent’anni, trent’anni”. Era la sua pena, realizzò, quella che gli avrebbe strappato via la gioventù. Non molto diverso il caso di cinque anni prima, avvenuto nei locali della Banca commerciale.

Di temperamento gioviale e pacifico, l’uscere più anziano, Enrico Brozzetti esplose due colpi di pistola contro il cassiere Guido Toma dopo aver gridato “è ora di finirla”. Proiettili fuori bersaglio, tuttavia, per la pronta reazione del cassiere, subito riparatosi sotto un tavolo. Solo un graffio alla coscia per un proiettile di rimbalzo. Persuaso di averlo ucciso, l’uscire si puntò poi l’arma alla testa, riuscendo a sparare due volte. Immaginabile lo scompiglio nella banca, tra clienti e impiegati, tutti sbigottiti per quel tumulto di pochi secondi. Praticamente illeso il cassiere, rialzatosi in fretta. L’altro fu adagiato agonizzante su un divano mentre la folla traboccava in Corso Vannucci. Anche in questo caso supposizioni, quelle suggerite dal rancore che il Brozzetti covava per il collega, il quale non teneva in alcun conto le sue esigenze, di fatto screditandolo rispetto ai sottoposti. In altre parole esigeva che le disposizioni impartite dal cassiere dovessero essere comunicate a lui e non direttamente agli altri usceri. La morte del mancato omicida chiuse ogni possibilità di indagare a fondo.

Delitti privi di senso, aizzati da qualche momentanea anomalia della ragione, avendo facile accesso ad armi da fuoco, buone per uccidere altri o se stessi. Il dito che attiva un grilletto mette fretta all’istinto e non contempla il rewind. E’ l’oltraggio di un lampo risolutore che si oppone alla fatica della parola. Casi rarissimi in una tranquilla cittadina di provincia ai primi del Novecento, ancora non travolta dal senso d’insicurezza e alienazione ma che sollecitano riflessioni su analoghi e ricorrenti episodi dei nostri giorni. “Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari”, principio basilare della narrazione, secondo Cechov, in letteratura, teatro e cinema. L’assunto trova spesso puntuali riscontri anche nella vita reale, dove però, lì si muore davvero.

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