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Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia 1912, due storie: l'amore in vendita alla Conca, e quello che non ha prezzo

Chi non conosce quel portone in via Appia? La domanda è posta da un assiduo lettore della Battaglia, agguerrito foglio della federazione socialista umbra, che ospita una lunga lettera volta a denunciare il degrado morale in cui precipita un intero quartiere cittadino. Il rilievo concesso all’intervento e il titolo “la pubblica moralità offesa dalla pubblica sicurezza” suggerisce l’adesione della redazione al contenuto. Un grande postribolo, ecco cosa sta diventando la Conca. Lo sanno bene i residenti, dalle cui finestre è impossibile ignorare le evoluzioni dei dirimpettai impegnati in quelle attività. Passi per gli adulti, magari, potremmo ipotizzare, non del tutto indignati, ma tutti quei bambini e giovinette costretti a passare di lì? E poi sai che imbarazzo per i genitori, specialmente quando il “negozio” rigurgita di avventori, ascoltare le domande della prole sul significato di certe oscenità orecchiate.

Ma non basta. C’è ancora posto per altre dimore, “smerciatrici di carne umana”. Sembra infatti che sia stata concessa un’altra licenza. Si apre un altro “carnaio” stavolta addirittura gestito da un conte, magari ormai scontato quanto si vuole, ma pur sempre riferimento per l’aristocrazia perugina in vena di fregola. Macché postribolo, sarà un circolo privato frequentato da gente per bene, assicura il Prefetto, nel rigettare l’esposto dei residenti. Come no? E che dire delle nuove richieste in corso di approvazione, non in luoghi riposti, ma in zone densamente abitate come Via Appia, Via del Poeta, Via Aurora. Non si rassegna il lettore, seppure annacquando con punte di moralismo la denuncia di una condizione degradante imposta ai residenti. Insomma dovrebbero valere gli stessi diritti tra i cittadini rispetto alle più blasonate zone del centro storico. Invece la Conca è un letamaio in tutti i sensi, oltre a consentire il prosperare di “palesi fucine di corruzione e immoralità”. Una lunga tirata che sbrodola nel finale quando l’autore, presumibilmente un compagno socialista, se la prende con il Parlamento, reo d’iniziare in quei giorni la discussione riguardante la legge sul divorzio.

Sarà quindi libero amore, Sodoma e Gomorra in ogni rione e in ogni casa. Se si vuole questo, la Conca deve essere il laboratorio per gli esperimenti? Curiosa posizione per un anticlericale, come se a Perugia, più della linea Turati-Kuliscioff, dovesse prevalere la tendenza Savonarola. Timori infondati quelli del lettore, poiché Parlamento bloccherà sul nascere la discussione sul divorzio, in virtù dell’astuto Giolitti che tramite il Patto Gentiloni, riuscirà a riportare i cattolici nella vita politica, in alleanza con i liberali e in chiave anti socialista, in vista delle imminenti elezioni. Dunque, partecipazione sì, ma che non si parli di divorzio. Dall’amore in vendita a quello travolgente e desolato, dissoltosi all’alba di una notte d’estate. Due ventenni, Ercole e Cangenia, orefice lui, nel più noto negozio della città, di proprietà paterna. Raffinata e gentile pianista lei. Un amore possente ma proibito. Il facoltoso padre lo aveva giurato, quel rapporto andava troncato, pena la cacciata di casa e l’avvisaglia di un gesto inconsulto del genitore verso se stesso. Quando si dice l’occasione. Ma il buon Ercole di ardimentoso aveva solo il nome. Una cortese minaccia fu inviata anche alla madre di Cangenia. Che la “sua signorina” se ne stesse alla larga da suo figlio onde evitare “provvedimenti più energici” in caso di colpi di testa.

L’ispida arroganza del padre travolse ogni resistenza, forse troppo flebile, che indusse il ragazzo a promettere quello che non avrebbe mai potuto mantenere. Da quel giorno gli incontri con lei divennero clandestini ma non meno intensi. Una passione che si fece disperata ai primi segni di una vita in arrivo. Il futuro spuntò come minaccia senza via d’uscita. L’ipotesi di un’esistenza grama e irta di ostacoli insormontabili travolse ogni speranza. Sì, le guardie si ricordavano, in particolare di lei, una giovane dal capo velato. Avevano varcato la barriera del dazio verso le due di mattina per proseguire verso S. Erminio. Fu un colono di passo a stupirsi dei due. L’alba lambiva di rugiada due giovani addormentati. Poi un sussulto. Come da una fonte essiccata, un filo di sangue colava dal petto di lei. Il ragazzo, scosso da fremiti, poggiava il capo sul suo seno, la tempia trafitta. Furono altri a scrivere di quelle ultime ore, anche attingendo alle lettere con le disposizioni finali che i due amanti, protagonisti di una tragedia scespiriana, avevano lasciato.

Quella notte fu inebriata di cognac, sotto un’assemblea di stelle ignare, poi l’alba e i primi passi di coloni al lavoro. Dal busto slacciato si affacciò il seno. Non più carezze ma il fragore della pistola. Due colpi a bruciapelo a cercare il cuore. Ercole la seguì senza indugio, stringendola a sé. Sul calcio dell’arma era impressa la data del giorno. Un fine lavoro di giovane orafo.

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