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Correva l'anno... di Marco Saioni | Perugia, 1910, Luisa lavò con il sangue quell'uomo che le aveva tolto l'onore

Notte acre per Luisa, accerchiata da malvagi bisbigli interiori. Neanche il clamore del tramonto riuscì a placare il suo tormento. Attese, dunque, la notte. Ora si sentiva uno spaventapasseri per com’era conciata, gli abiti di suo padre addosso. Li aveva infilati alla buona, anche il cappello, dopo che si fu addormentato. L’attendeva un’ora di cammino per raggiungere Montepetriolo, tirata lieve, dato l’impeto dei pensieri. Scacciò la poesia di quello scroscio di stelle e dei campi diffusi di grilli. Era lì che si erano amati la prima volta. Lo conosceva da qualche anno, Toccaceli Giuseppe, contadino di Piegaro, lei quasi bambina.

Fu istantanea amicizia. Scambi di lettere, all’inizio, quelle dalla prosa asmatica per deserto di punteggiatura e suggestioni inespresse. Un rapporto epistolare che ormai pretendeva un volo. Era ancora quattordicenne quando il ragazzo le propose un lavoro a Perugia. Avrebbe potuto collocarla a servizio da una famiglia per bene, ben lieta di ospitare anche lui, ogni tanto. Un sogno per lei, orfana di madre in tenera età. Fu quasi un viaggio di nozze quel tratto di strada verso la città. Si fermarono per riposare e l’erba odorava, il cielo porgeva un tenue volo di nuvole. Poi quel bagliore di pelle da una gonna scansata con naturale malagrazia. Sì, le promesse c’erano tutte, il matrimonio, la chiesa, i fiori, una famiglia. 

In fondo era il suo amore a desiderarla, il resto sarebbe arrivato. Le sembrò un dono, dunque, quell’imminente maternità che qualche tempo dopo si rivelò. Ora il suo uomo non avrebbe più indugiato, c’era solo da pazientare ancora per due cosette in sospeso, poi una casa tutta loro li avrebbe finalmente accolti. La neonata ebbe il tempo di attaccarsi al seno e dissolversi in due mesi, proprio come le visite di lui, mentre lei “nella sua rozza mente sognava la casa di sposa felice”. L’irridente
nota del cronista tendeva a suggerire il concetto: è così che va il mondo bellezza, colpa tua se non lo capisci. Frattanto voci sempre più insistenti iniziarono ad insidiarla. 

Tutte concordi sul fatto che il suo Giuseppe fosse piuttosto assiduo nei confronti di certa Zetti Maria, di Montepetriolo, anzi, a dirla tutta, stavano proprio organizzando le nozze. Maledette malelingue, pensò, così cercò riscontri diretti in grado di smentirle, quelle assurdità. Tra due giorni si sarebbero sposati. Era certo. Luisa, sconvolta, travolse il paese come una tempesta. Affrontò tutti, in particolare i più influenti, fino al sindaco di Piegaro. No, quelle nozze non dovevano celebrarsi, Giuseppe era il suo uomo, anche padre di una bambina, certo morta, ma i giuramenti, il tempo trascorso insieme, i progetti… Il giorno successivo furono nozze civili. In attesa della cerimonia religiosa, la sposa rimase nella casa paterna, dove il marito si recava spesso a trovarla.

Per questo era lì, vestita com’era vestita, al riparo di un albero. Sotto la luce nera della notte le ortensie gonfie del balcone non si arrendevano al buio. Le avrebbe bruciate insieme alla casa, quelle sembianze di felicità che aveva sempre sognato. Si sentiva come una mina che attende il passo. Lo vide uscire mentre salutava gongolante Marietta e la “mammina”. Quello che le era stato sottratto per sempre scorreva davanti come il film che avrebbe voluto vivere. Fu allora che gli andò incontro. Lui salutò con un cenno imbarazzato e sorrisetto di sfida. La lama, quella buona per la gola del maiale, l’aveva in tasca ma sembrò scattare da sola a cercare il petto dell’uomo, dove affondò due volte. Adesso il sorriso dello spergiuro sapeva di sangue. Lo vide correre via e finalmente per lei la notte si distese.

Ansimante a rincorrere sorsi d’aria, raggiunse la casa del medico condotto. All’ospedale un sonno stregato lungo due giorni gli sciolse la vita. Il parroco riconvertì la prevista cerimonia in esequie. Al processo, atteso dal pubblico come una prima teatrale, Luisa, occhi opachi, non versò lacrime, confermando la volontà di vendicare il calpestato amore. Del resto il dibattimento aveva messo in luce come le promesse di matrimonio del Toccaceli, rese per voce e per lettera, fossero state a lei comunicate fino alla vigilia delle nozze. La cieca fede in quelle menzogne le aveva così impedito di accettare altre offerte, lei era ancora di flessuosa
bellezza, insomma anche buoni partiti bruciati. Il giudizio fu unanime. L’imputata di omicidio premeditato fu assolta con formula piena tra gli applausi della folla. Quel “maschicidio” non fu solo legittimo per la gente comune ma anche benedetto dalla legge. La sentenza fece rumore anche in ambito nazionale e qualcuno sollevò seri dubbi su quell’omicidio impunito. L’imputata Corvelloni Luisa fu tuttavia condannata a un mese di reclusione per porto illegale di arma da taglio.
 

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