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Correva l'Anno... di Marco Saioni | Perugia 1907, due uomini disposti a tutto per di riavere in casa la propria moglie

Un marito che ha visto scappare la legittima consorte ricorre alla giustizia per infliggere la meritata sanzione. Lui no, chiedeva solo di farla ritornare...

Uomini che amano le donne. Quelli che per loro non esitano a valicare le vette arcigne dei pregiudizi, le convenzioni sociali, i contegni. E’ l’amore che strappa i cavilli. Era proprio quello che impregnava Cesare, giovane contadino della periferia perugina ma ora la sua Teresa se n’era andata. Il cuore nomade della ragazza reclamava altri orizzonti e praterie. Lui non si rassegnava, la mente ancora annegata in quella notte d’amore di un agosto recente. Una festa di nozze, le loro, con l’aria crepitante di cicale. Si erano bagnati al fiume e un debole vento li strofinava di fresco. Uno stato di grazia. E poi il ricordo di quel ballo ce l’aveva addosso, come nelle orecchie la baldoria della fisarmonica. La musica spronava gambe e sorrisi ma era la sua Teresa, compiaciuta e ammiccante a fare festa di sguardi. Poi la notte e gli occhi appesi verso quelle stelle in volo a graffiare il cielo di rapide scie. 

A questo pensava durante i passi affrettati verso l’ufficio del delegato alla pubblica sicurezza. Sua moglie mancava ormai da due giorni ed era l’unica cosa da fare. Di fronte al funzionario fu risoluto. La legge doveva aiutarlo a ricondurla a casa. Qualche indizio? Certamente, bisognava cercarla a Umbertide perché era lì che abitava il suo amante. Di fronte a quell’inaudita testimonianza, pronunciata con disarmante pacatezza, il funzionario di polizia reagì come di fronte all’apparizione della Madonna. Dissipato lo stupore, dopo una lunga pausa di silenzio, dovette persuadersi che quello che aveva davanti non era tuttavia un pazzo. Anzi, seppure umile di aspetto, sapeva argomentare con lucidità e intelligenza. Intendeva dunque sporgere denuncia per manifesto adulterio e dare luogo all’arresto? Cesare lo fermò con gesto spiccio. Che lasciasse stare scartoffie e cavilli. Macché denuncia, voleva solo riavere sua moglie. Una richiesta che cozzava contro ogni senso comune. 

Un marito che ha visto scappare la legittima consorte ricorre alla giustizia per infliggere la meritata sanzione. Lui no, chiedeva solo di farla ritornare. Ma con l’amante come pensate... Quello lì non era un problema, troncò il discorso, tanto fra poco sarebbe emigrato in Francia per lavoro. Se lo sarebbe scordato presto la sua Teresina, lei fa così. Ma stavolta c’era il rischio concreto che quel ragazzo se la portasse via e allora sì, l’avrebbe perduta per sempre. Ecco l’unica ragione del ricorso al potere costituito. Da poliziotto qual era, il funzionario ipotizzò un’altra spiegazione, l’unica che per lui avrebbe avuto senso. Quella bizzarra richiesta era sicuramente un espediente per riacciuffare la fedifraga e presentarle il conto sotto forma di legnate da somministrare tra le mura di casa.

Come non averci pensato prima. Un comportamento che certamente avrebbe approvato, ma si sentì di precisare come tale rimedio fosse vietato dalla legge. “Ma quali botte sor delegato”. Cesare le avrebbe perdonato anche questa, come del resto le altre scappatelle. Tutto avrebbe fatto per non perderla. Tale atteggiamento provocò una mezza smorfia nell’uomo. Ma quella catena di denti affacciati in un ghigno di disappunto non ferì Cesare. Né lo avrebbe turbato la pubblica irrisione per quella sua storia trascritta da un cronista dovizioso di ammiccamenti. Il giornale, peraltro d’indirizzo progressista, avrebbe titolato il suo pezzo “la filosofia di un marito”. Ma un’altra immagine ormai lo rapiva, era una ghirlanda di sorriso che sapeva di lei fra le mura di casa. Amore foderato di poesia quello del giovane Cesare. Tumulto senile quello di Giovanni, settantacinquenne arrotino che esercitava l’arte sua sotto le Logge di San Lorenzo.

Personaggio arcinoto, anche per l’assidua dedizione al dio Bacco. Luisa, dieci anni in meno, spartiva con lui una frugalissima quotidianità coniugale. Da qualche tempo, tuttavia, lui non era più lo stesso. Poco appetito, soprattutto niente vino, sonno sconnesso. La notte, come raccontava, era tutto un digrignare di denti e un ribaltarsi compulsivo nel letto. La cosa cominciava persino a produrre qualche effetto economico. Quella repentina deriva verso l’acqua di fonte minacciava i bilanci delle osterie. Cosa stava succedendo? I piùinformati svelarono il mistero. L’arrotino soffriva per l’assenza della sua compagna, da qualche tempo ricoverata presso l’Ospizio delle Croniche, fuori Porta San Pietro, a causa di
una salute cagionevole, non alleviata dall’indigenza.

La svolta successe una sera. L’anziano arrotino ebbe la sua rivelazione. Da quel momento il proprio Olimpo di riferimento, rimosso Bacco, migrò su Priapo. Ne seguì un assiduo pellegrinaggio domenicale, presso l’ospizio, dove pretendeva di assolvere i propri diritti coniugali. Incursioni temerarie, più che visite. E nonostante le proibitive circostanze logistiche, non era infrequente che l’azione andasse a buon fine. Certamente uno stress considerevole. C’era da filtrare la barriera di suore, eludere l’attenzione delle degenti e andare a segno. Un’ impresa titanica, vista l’età e l’assenza di sostegno blu. Era però tempo di risolvere. Rivoleva sua moglie a casa, ad ogni costo, che senza di lei non poteva vivere. Nessuno gli prestò orecchio. Fu dunque quel lunedì sera, all’Ave Maria, che l’arrotino concepì il blitz per ottenere ciò che gli spettava di diritto. Fu sortita audace in vestaglia e un taglio di appagato sorriso affilato come lama.

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