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CORREVA L'ANNO di Marco Saioni | Perugia 1906 – Al Turreno si proietta per la prima volta un film osé. Folla scalmanata e guardie in sala

L’evento del Turreno finì dunque in cronaca per l’incontinenza verbale degli spettatori che si produssero in una schiuma indistinta di strepiti, di cui fu tuttavia possibile cogliere il senso

Trascinante e travolgente, tale da soverchiare la spinta prodotta dalla leggendaria coppia di buoi, era quella cosa lì. Numerose, peraltro, le varianti al celebre motto, soprattutto riferibili al numero crescente dei ruminanti da tiro, eletti a termine di paragone. Premessa utile a inquadrare certi comportamenti, desunti dalle locali cronache dell’epoca, i cui esiti, comici o tragici, erano conseguenza della resa dei protagonisti difronte agli assalti di libidine. Contingenza questa che non risparmiava nessuno, neanche gli uomini, appunto, di chiesa, quelli meno inflessibili su alcuni precetti, se in subbuglio di tonaca, riguardo a pulsioni e mogli altrui. Di quest’umanissima debolezza si avvaleva spesso “Il Popolo” giornale repubblicano dal fiammeggiante accento anticlericale, riportando episodi sconvenienti occorsi a religiosi.

Fu il caso di quella contadina di passo in Piazza Grimana, alla quale un prete domandò se avesse uova da vendere. Alla risposta negativa, sembra che lo stesso avesse replicato con freddura audace e occhio birbaccione “Ah, ma io ce ne ho due”. L’approccio, forse ritenuto efficace, trattandosi di una contadina, provocò la colorita e furibonda reazione verbale della popolana, tale da porre fine al siparietto con fuga precipitosa del corteggiatore. C’era anche chi, in preda a furore religioso e persuaso dalla propria debolezza nei confronti delle tentazioni decise di sottoporsi al trattamento riservato ai capponi. Fu un fraticello, come riportato dalla “Provincia” e commentato così dal solito “Popolo” “E se tutti i suoi colleghi l’imitassero”?

Quasi un paese, Perugia, agli inizi del Novecento, dove tutto trapelava, per esercizio di malelingue o maldestra condotta dei protagonisti. Storie di amanti, sequele di adulteri, drammi di gelosia compongono il quadro realistico di una comunità non certo immune dal turbine delle passioni. Religiosi o laici, ricchi o spiantati, trovavano comunque requie al fermento dei sensi frequentando le numerose alcove dislocate in città. Una miriade di storie, talune assurte a leggenda, fiorirono tra le lenzuola, narrate e persino cantate da valenti poeti dialettali. Si veda a tale proposito il godibilissimo Perugia a luci rosse di Sandro Allegrini. Questo il contesto sociologico in cui collocare l’episodio riferito da “L’Unione Liberale” nell’autunno del 1906. Pubblico straripante e mascolino al Turreno. In programma una proiezionevcinematografica, certificata dal marchio Lumiere e di contenuto ammiccante. 

programma-4La pubblicità dell’evento, diffusa nei giorni precedenti, aveva colto nel segno, facendo leva su messaggi espliciti associati all’astutissimo avvertimento, teso a sconsigliare la presenza di signorine e ragazzi. Si prospettava per la prima volta in città la visione di lembi di pelle femminile. Una programmazione già collaudata altrove, nota come “serate nere”. Fin dal suo esordio, il cinema rappresentò per gli imprenditori che offrivano sogni, ghiotte opportunità di lauti introiti. Oltre ai temi più consueti, iniziarono presto a proporre narrazioni con più alto tasso attrattivo. Proiezioni di pochi minuti, intervallati da numeri con illusionisti e cantanti, mostravano signore nell’atto di sfilarsi qualche abito o ritratte in vestaglia. 

Insomma audaci scorci per l’epoca, certo quelli concessi dalla censura, allora piuttosto rigida. Le coucher de la mariée, più noto come “La sposa va a letto” è ritenuto il primo film a sfondo erotico, ma anche Georges Méliès, uno dei padri del cinema, girò un corto di un minuto che ritraeva la polputissima moglie Jeanne, intenta a spogliarsi per il bagno, servita da una cameriera. Fremiti vouyeristici del pubblico, specie nel finale, all’esibizione del trionfante posteriore.   L’evento del Turreno finì dunque in cronaca per l’incontinenza verbale degli spettatori che si produssero in una schiuma indistinta di strepiti, di cui fu tuttavia possibile cogliere il senso. Una reazione da caserma, quella, in auge peraltro fino agli anni Sessanta del Novecento, almeno in certe sale di seconda visione, al solo apparire dell’attrice impegnata in qualche seppur modesta effusione col partner di turno.

Intervenne la forza pubblica, inadeguata, tuttavia, a contenere quell’erezione di popolo che affollava il loggione. Il giornale parlò di pornografia, anche se, concesse, se ne vide meno di quanto il pubblico si aspettasse “dimenticando che la legge non consente di più e già consente troppo”. Diverso l’accento della stampa cattolica che fulminò con parole di fuoco la rappresentazione del Turreno “oscenamente annunciata con titoli che meglio potevano stimolare istinti bestiali” e di cui s’invocava l’intervento dell’autorità, ritenuta troppo inerte di fronte a spettacoli “in sfregio alla morale e al buon costume”.

Eppure, quella serata regalò emozioni sincere a tutti gli spettatori, ben disposti a pagare per assistere al debutto di un genere, timido antesignano delle future proiezioni a luci rosse. Fu tuttavia sempre ostacolato da censori di ogni tipo, portavoce di una curiosa morale, quella che fingeva di non vedere legioni di avventori all’assalto dei bordelli largamente diffusi in città.

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