Martedì, 23 Luglio 2024
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Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia, 1902: Via Battisti, una via che nasce in tragedia e farà discutere per decenni

L’ordine consisteva nello smontaggio di due argani dall’impalcatura. Sotto i tre manovali una fossa di dieci metri e qualche apprensione per probabili smottamenti da intensa pioggia. Ferdinando lo cavarono dalla melma gelata dopo dieci ore. Una smorfia di sorriso e l’ambizione di un bicchiere di vino a placare la gola. Ultima notte, la sua, sfumata tra le lenzuola dell’ospedale. Sorte analoga per Giulio e Pasquale, anche loro operai, travolti quella mattina di febbraio del 1902 e dissepolti nei giorni successivi. Nel cantiere, malamente allestito dai responsabili, si lavorava all’ambizioso progetto di una via pensile, utile a collegare l’area limitrofa a Palazzo Gallenga con l’odierna Piazza Cavallotti. 

Un progetto di viabilità imposto con determinazione dal sindaco di sinistra, Ulisse Rocchi, quanto osteggiato dall’opposizione liberale. Socialisti dubbiosi ma non ostili, data la diffusa disoccupazione. Si accese subito un dibattito serrato, critiche feroci e avverse proposte che i più recenti conflitti sul minimetrò sono moine. L’idea era di fornire un’infrastruttura in grado di agevolare il traffico diretto in città, proveniente da quella direzione, allo scopo di agevolare i carri carichi di merci, costretti ad aggredire il colle dall’impervia scalata, varcato l’arco etrusco. Un vero problema, specie nei giorni di mercato e con il cattivo tempo.

Al netto della tragedia, l’esecuzione del nuovo tracciato presentava però notevoli difficoltà tecniche e un consistente impegno di risorse. C’era da edificare il possente muro di sostegno e il ponte necessario a scavalcare la sottostante via Appia. Non solo, i lavori avrebbero necessariamente comportato l’esproprio di terreni appartenuti a famiglie influenti, le cui ragioni erano sostenute dal quotidiano liberale. Senza contare che la strada pensile, addossata per metà altezza alla cinta
muraria etrusca, ne avrebbe soffocata la solennità. Ad affiancare il progetto del Comune concorsero due distinte proposte, alternative a esso, che trovarono ampio spazio nella stampa d’opposizione. 

Si arrivò a raccogliere firme, volte a impegnare l’amministrazione circa la nomina di una commissione tecnica, composta di “persone competenti” per l’esame delle stesse. Si poteva firmare allo spaccio di sali e tabacchi di Porta Pesa, in alcune botteghe di barbieri e altri negozi. In pratica fu gazzarra ideologica tra i sostenitori di Rocchi e gli altri, ma la strada si fece. Fu anche apprezzata dai perugini, magari poco attenti al fascino dei filari di travertino d’epoca etrusca, ma rapiti da quello slargo panoramico che si era offerto allo sguardo. E poi, vuoi mettere, arrivare in centro senza il fiatone. La chiamarono via nuova, circonvallazione e gli ostili, via pazza. Dopo due anni dall’inaugurazione l’amministrazione, ora nelle mani dei liberali, si pose il problema del nome ufficiale. Fu suggerito dal consigliere Babucci contro l’idea di Guglielmo Miliocchi, incline a proporre Via del Primo Maggio.

Niente date, era giusto scegliere un nome illustre, quale poteva essere Liggieri d’Andreotto, valoroso capitano ed eroe perugino che tutti conoscono, declama sicuro. “e voi sindaco, meglio e più efficacemente di me potreste parlare di lui”. Silenzio imbarazzato del primo cittadino, che probabilmente annaspava tra nebulose nozioni liceali oltre ad essere poco persuaso della presunta notorietà del personaggio. La proposta passò, forse ignorando che il condottiero in questione fece mozzare parecchie teste di nobili quando tentarono la conquista della città. In ogni caso l’aristocrazia locale, che sosteneva convinta l’amministrazione, non eccepì.

La strada tornerà alla ribalta nell’ottobre del 1910. L’anno precedente era stato fucilato in Spagna Francisco Ferrer, notissimo pedagogista anarchico e riferimento universale per ogni libero pensatore. Morto per le sue idee, secondo i progressisti, condannato dopo regolare processo per i conservatori. Fatto sta che in tutta Europa fiorirono partecipatissime risposte di piazza. A Perugia i giornali d’ispirazione socialista iniziarono una raccolta di fondi per collocare nella via contesa una lapide ricordo, iniziativa che suscitò ampio consenso e calorosa partecipazione popolare.

Quel giorno un immenso corteo mosse da Borgo Venti Giugno e Corso Cavour. Sosta davanti alla lapide di Giordano Bruno poi su, fino a Corso Vannucci. Tutte le bandiere si abbassarono sotto il Palazzo del Comune, sede dell’amministrazione “clerico-moderata”. Fischi davanti al Vescovato. Si arrivò in via Liggieri d’Andreotto, già affollata. Il muro appariva tappezzato da grandi scritte che ribattezzavano la strada in Via Primo Maggio. Sul palco si alternarono gli oratori, il più acclamato fu Guglielmo Miliocchi, specialmente nei passaggi di più impetuoso anticlericalismo. Esultanza di popolo alle parole che ricordavano il tributo pagato dai manovali nel cantiere della strada e quella negazione opposta dall’amministrazione alla volontà di intitolare la via “col nome sacro ai lavoratori, il Primo Maggio”. La lapide in onore di Francisco Ferrer fu murata nella parete, affacciata sulla strada, della casa dell’ex sindaco Rocchi. 

La via fu serenamente percorsa per qualche anno senza altri tentativi di battesimo, fino al primo conflitto mondiale, che generò un altro martire. Stavolta un irredento trentino e socialista, consegnato al patibolo dagli austriaci nel 1916. Fu dunque naturale intestare la strada a Cesare Battisti, ora senza contrasti. Non finì qui. Il 5 novembre 1926, in occasione della ricorrenza della vittoria, il nuovo regime impose la rimozione della lapide a Ferrer “vergognosa, bolscevica esaltazione di un falso profeta esotico” da sostituire con quella “dell’eroico martire trentino”. Il registro linguistico era già cambiato. Anche in questo caso fu avviata la sottoscrizione per la raccolta fondi, probabilmente con scarsi risultati se il giornale “L’Assalto” fu costretto ad avvisare con certa frequenza “i disertori da questo sacrosanto dovere”. Improbabile un’ostilità verso il martire. Ma lapide fu. E quando, calato il velo, apparve il busto pervaso di “maschia bellezza” corredato da gagliardetti ed enfatiche parole, gli astanti acclamarono. L’immagine del “fazioso straniero” non si affacciava più dal “vetusto recinto” .

Caduto il fascismo, fu ripristinata la lapide a Ferrer e bonificata quella di Battisti della roboante parte epigrafica esaltante il regime. Al suo posto un laconico “A Cesare Battisti, il popolo di Perugia”. E pace finalmente fu per la strada più controversa della città

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