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Lunedì, 6 Febbraio 2023
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Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia 1887, frenesie natalizie tra miseria diffusa e accuse di “consumismo”

Schiere di fichi secchi infiocchettati e torcoli fragranti sono al riparo dei teli

Gli anziani più accorti nel decifrare i segni del cielo l’avevano già prevista una vigilia piovosa. Quelle mandrie di nubi, l’odore del vento, un callo che insorge.
Sì ma in questo giorno, quando tutti sono in giro, la pioggia è maledetta. Meglio neve e tramontana, quella che ti mette il brivido nelle ossa, ma regala l’euforia del Natale. Eppure i perugini, seppure ingrugniti, son tutti fuori sotto ombrelli grondanti che si urtano, si aggrappano e fanno inchino in una frenetica rincorsa all’acquisto. Nella piazza grigia trionfa la statua bronzea di Garibaldi, ignorata, sebbene inaugurata tre mesi prima. Non si arrende certo ai piovaschi ma riparo non ne offre. I pregiatissimi banchi dei limonai però squillano di giallo e pungono la caligine. 

Schiere di fichi secchi infiocchettati e torcoli fragranti sono al riparo dei teli. I più ghiotti tra i compratori, spronati dalle sferzanti grida dei pescivendoli, si affrettano già di buon mattino. Sanno di pagare il doppio quel pesce che sarà svenduto di sera a una calca risoluta a contendersi le residue lasche. Ma non si può resistere alle scintille di certe scaglie argentate. Lucci, trote, carpe faranno festa per la cena di vigilia. Piatti di fiume o di lago che il mare è lontano. Sono in tanti a fare cerchio, pugni sventolati in aria e moneta brandita, altri, incantati dalle sinuose movenze delle anguille, sembrano sospesi nel chiasso. Piove ancora e i capponi indolenziti per le zampe legate mostrano brevi e intermittenti palpiti d’ala. Sanno già di brodo e lesso.

Poi i dialoghi colti al volo dalla piazza e riferiti con qualche concessione al dialetto. Due ragazzotti. Uno chiede all’altro quanto avesse ricevuto di mancia per aver consegnato due capponi. Quattro soldi, neanche il fuoco per asciugarmi i vestiti, si lamenta. “E tu quanto hai preso?” Niente, come l’anno scorso ma stavolta l’ho fregato l’avvocato. “Ho venduto i capponi belli grassi che m’ha dato il padrone e ci ho fatto sei lire, epò n’ho comprati un altro paro per 4 lire e gli ho portato quelli.” Espedienti estrosi di chi ignorava tavole imbandite e legna da scaldare la festa. Tuguri malsani per famiglie miserrime, più avvezze a sputare dolore che dividere il pane.

A quei bambini era riservato il pensiero dei più fortunati. Signore di rango s’incaricavano di raccogliere fondi e cose da offrire come gracili strenne. Un paio di calze di lana, guantini, un pacco di biscotti, un po’ di pasta, persino il flacone d’inchiostro e, da una nota farmacia, due bottiglie di emulsione Scott, complesso vitaminico all’olio di fegato di merluzzo. Articoli acquistati o donati, servivano ad allestire alberi di Natale laddove possibile, verso iquali accorrevano in centinaia, “saltando come scimmiette” puntualizza, absit iniuria verbis, una signora caritatevole. Pare di vederla. Dovendo economizzare per distribuire almeno un dono a una platea sempre più numerosa, le volontarie acquistavano solo in negozietti popolari, da cui la sommessa protesta da parte delle vetrine più blasonate. 

Sarebbe dunque più utile ai bambini indigenti acquistare merce di qualità, argomentavano, non i soliti “grembiulini, camicine e oggetti di poca durata” e poi diversificare le compere fa si “che il commercio ne risenta vantaggio”. Il cronista s’ingegna a raccontare il Natale, attingendo al dato di cronaca e al repertorio idilliaco, forse, a quel tempo, non lontanissimo dalla realtà. Una magia, dunque, la messa di mezzanotte nei villaggi chiamati a raccolta e i cortei di “pastorelle”. Seguiranno la luce pulsante delle fiaccole sui campanili. E poi lo scambio dei doni. Mandarini e arance, pinocchiate e biscotti. Se ci scappa, magari anche un libro
illustrato.

Sembra inverosimile, ma ben oltre un secolo fa qualcuno già cominciava ad avvertire l’inesorabile, incipiente deriva consumista. Uno dei segni che minacciava la più solenne festa della cristianità era individuato nel trascolorare del Presepio “usanza abbandonata o sostituita dall’albero”. Del resto in quella minuta rappresentazione, gli umili erano glorificati. Dinanzi a quella grotta gli ultimi come i potenti della terra s’inchinavano a colui che avrebbe portato la luce della speranza e un messaggio di fratellanza tra gli uomini. Sì, “il Natale ha perduto il suo carattere storico per diventare un pretesto più o meno sontuoso…Più che diCristo sembra la festa di Epicuro”.

Una lettura pasoliniana interessante per i tempi, che poteva trovare qualche riscontro in fasce limitate della società di allora. Per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, valeva la possibile domanda: va bene l’onesta semplicità degli umili e il primato del presepio ma un po’di Epicuro anche per noi, quando?

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