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Venerdì, 24 Maggio 2024
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Correva l'anno di Marco Saioni | Peruga 1910 – La voce stentorea di Vitaliano, strillone di giornali e direttore

Fermento vivace di parola ce n’era assai in città. Undici testate a connotazione regionale si punzecchiavano ogni giorno contendendosi una platea di lettori, magari non ampia, dato il livello di scolarizzazione. Dominava l’Unione Liberale, quotidiano di stampo conservatore, in attività dal 1882. Nel versante progressista si collocava La Democrazia. Il Popolo, ferocemente anticlericale, era di storica fede repubblicana, La Battaglia dava voce alle lotte socialiste. Tra gli altri erano apprezzati
fogli di taglio umoristico. Oltre alla stampa periodica locale era presente quella espressa dalle più importanti testate, come Il
Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Giornale d’Italia.

Si acquistavano al chiosco in fondo al Corso, presso lo spaccio di sali e tabacchi e alla cartoleria Guerra, sempre in pieno centro, le edicole non essendo ancora presenti. La differenza vera la facevano loro, gli strilloni. Presidiavano ogni luogo pubblico, declamando testate, titoli, anticipazioni, sintesi, a volte un po’estrose per smania creativa. Strategie leste a spronare curiosità, in virtù dell’approccio diretto alla notizia da parte dei lettori. Indubbiamente una svolta nel mondo dell’editoria periodica, tale da alzare le tirature con incremento conseguente degli inserzionisti. La folta e fiorente serie di messaggi pubblicitari in pagina lo attesta.

A contendersi la piazza, sgolandosi tutto il giorno, erano dunque loro, recanti ognuno la propria mazzetta di giornali. Rivalità ce n’erano e non solo di natura economica. Ognuno, infatti, cercava di prevalere, incensando il giornale di riferimento e dileggiare il rivale. Capitavano denunce, da parte dell’uno o dell’altro schieramento e si finiva in questura, dove il funzionario ribadiva con forza, pena sanzioni, che il regolamento in materia consentiva solo di urlare il titolo del periodico, non altro. Questa sorta di par condicio, ben nota a tutti, sottraeva tuttavia un elemento importante alla comunicazione, quello della teatralità della notizia, il piacere dello sberleffo reciproco e di conseguenza l’appeal del prodotto editoriale, con ricadute sulle vendite. Si risolse, sembra, con un patto felpato e pragmatico tra le due fazioni e i loro giornali. Niente dannose, reciproche denunce e lasciamo fare, conviene a tutti.

Lui, Vitaliano Sciacqui, voce stentorea con fragore di tuono, era l’eroe incontrastato. Calcava vie e piazze, offrendo con peculiare enfasi i giornali della propria parte politica, di cui era anche il gerente. Fece, infatti, parte delle prime avanguardie repubblicane perugine, cresciute con il giornale Il Popolo, presto dunque chiamato ad assumere responsabilità di quanto lì si scriveva. Sì, lo strillone Sciacqui esercitava il delicato ruolo degli attuali direttori responsabili, quelli, per intenderci, che ricevono le denunce per diffamazione. Subì anche un processo al riguardo, dove fu condannato insieme al cronista che firmò il pezzo ritenuto diffamatorio.
Aveva famiglia e il pane da portare a casa istigava al lavoro, senza remore, brutto o buono che fosse
il tempo.

I giornali non bastavano, così frequentava pubbliche lotterie, urlando numeri vittoriosi che sarebbero usciti dall’urna. Batteva il mercato carico di libri, cartoline, calendari, persino candele, sempre esponendo la merce con autentico entusiasmo. Troneggiava anche dinanzi a un carretto durante la Fiera dei morti, la mercanzia a lui affidata, anche lì narrata con voce altisonante. Mai
cedere terreno agli avversari o alla stanchezza, così sostava in piedi fino a tarda ora, davanti ai teatri, per piazzare rimasugli di copie invendute.

Sembrò più stanco e malmesso del solito quella sera. La cascata di rughe e un ansimare severo per quei sorsi d’aria turbarono i colleghi. Era entrato in redazione con il consueto saluto chiedendo del maestro Miliocchi, sua guida venerata. Non si era ancora visto ma che si sedesse a riposare un po’. Vitaliano aveva appena terminato la sua vendita quotidiana. Stava male, disse, troppo male. Il giorno dopo, all’ospedale, si mise a morire, i suoi titoli urlati sfumarono con il respiro.

Svanì così una delle figure più note e popolari in città. “Un’altra macchietta perugina è scomparsa” fu l’incipit di un pezzo del giornale avversario, l’Unione Liberale, che gli riservò tuttavia rispetto e onore per la “specchiata e provata onestà”. Un corteo numeroso, lo stuolo di amici e compagni seguì il feretro fino a Fontenuovo, dove Guglielmo Miliocchi rievocò la vita di quell’umile operaio, sempre fedele al suo ideale. Nessuna epigrafe altisonante graffiò la sua tomba, guarnita solo dal fiore del ricordo, unanime e commosso dei perugini, sotto un volo di nubi, quel primo giorno di primavera.

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