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Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia, 1891, arrivò il grande caldo: come salvarsi? Giardinetti di sera, bagni negli stabilimenti e ghiaccio

Fama di città calda, proprio non ne aveva, seppure Perugia avvampasse da giorni. Data la situazione, il cronista produsse un pezzullo sulla necessità, ove possibile, di migrare per mari e monti o almeno concedersi il sollievo presso un preciso stabilimento di bagni, quello di Giacomo Brufani, aperto in Via Angusta. (La zona coincide all’incirca con l’area ora occupata dal mercato coperto). Possiamo escludere che si tratti di pubblicità subliminale. Frattanto, una moltitudine di perugini si accalcava ai giardinetti, fino a notte fonda, avida di quei refoli di vento, quasi fresco, che spirava. Era aria incondizionata e sana da fare festa tra i capelli.

Calura gagliardissima, tuttavia, responsabile di varie insolazioni, spesso, sembra, anche letali, come accaduto ad alcuni viandanti schiantati per strada lungo il tragitto. Da cui il consiglio perpetuo “di non esporsi nelle ore più calde del meriggio, in località scoperte e soleggiate”. Idea buona quella di Brufani, geniaccio di successo, nell’intuire i nuovi bisogni della popolazione, in larghissima parte priva di adeguati impianti idraulici nelle proprie case. Una condizione, come evidente, particolarmente disagevole nei periodi di caldo intenso. Aprì lo stabilimento nel 1891. Un bagno costava settantacinque centesimi ma potevi abbonarti, risparmiando con dodici ingressi. Niente di che, solo modeste bagnarole dove ci si poteva immergere ma se dotati di energia visionaria, quelle tinozze mutavano stato ed era subito riviera. Sogno proibito, tuttavia, ai più. 

La lunga giornata di un operaio era, infatti, retribuita con cinque lire. L’immersione, ancorché modesta, era dunque un lusso. Da cui lo sconforto del cronista che rilevò come “molta parte del popolo perugino dovrà fare a meno di ciò che nella stagione estiva è indispensabile”. Analoghi i costi per l’altro e più antico stabilimento, noto come bagni di San Galigano. Ameno e ombroso luogo d’incontro per eventi estivi, oltre a “refrigerante e confortevole sito che noi abbiamo per sollevare la mente stanca e i corpi affaticati”. Acque forse migliori delle tanto decantate sorgenti nocerine, che grazie alla pubblicità sapevano attrarre sempre più numerosi perugini. Insomma, l’intento del cronista era quello di frenare la migrazione modaiola e suggerire ai gestori qualche opportuna strategia di marketing.

Come si è visto, l’offerta rigenerante dell’acqua non somigliava neanche un po’ai balnea dell’epoca romana dove tutti potevano godere gratuitamente di piscine e percorsi termali, declinati in rituali passaggi tra le vasche di diversa temperatura. Sarà un italo americano, Roy Jacuzzi, a riproporre quella cultura, ma parecchi decenni dopo. Ci si doveva accontentare, dunque, anche perché a Perugia l’acqua scarseggiava poiché ancora portata, nonostante qualche modifica, dall’acquedotto medievale, sostanzialmente quello di Fra Bevignate. Fu questo il motivo per cui l’edificio, ora hotel Iris, destinato dal Comune a stabilimento di bagni pubblici, ebbe breve vita. L’intento era quello di favorire proprio le classi popolari, consentendo ingressi gratuiti a chi ne avesse bisogno, ma la scarsità di materia prima indusse il cambio di destinazione. 

Fu così ceduto a Giacomo Brufani che lo trasformò subito in albergo per ricchi inglesi, le cui esigenze ben conosceva. E l’acqua? Quella ovviamente arrivò, almeno per le esigenze dell’accoglienza. Dieci anni più tardi, nel 1884, fu aperta l’attuale sede dell’hotel. Ci si difendeva dall’assedio della calura anche con tranci di ghiaccio, buoni per conservare cibo o raffreddare una bevanda, quando anche questo non scarseggiava. E allora eccolo, puntuale, il lamento del cronista, irritato verso il ristorante che ne era privo. Il fatto è che la fabbrica di Ponte San Giovanni non riusciva a garantire le forniture, fu la risposta del cameriere. La produzione di ghiaccio era in gran parte ancora affidata alla raccolta durante l’inverno e alla successiva conservazione all’interno delle “neviere” disposte in genere nelle aree montuose, come quelle famose di Monte Tezio. D’estate si trasportava con i carri in città ma era necessario disporre di licenza e rispettare precise norme igieniche. Tutti fattori che rendevano il servizio di scarso valore e piuttosto caro. Magari c’era chi sgarrava, eludendo la norma, ma i rischi di ricevere tranci con aggregati malaccetti erano alti. Sui carri si trasportava bestiame, concime e altro. 

La soluzione, anche in linea con esperienze fuori regione, fu quella della produzione artificiale. Iniziò dunque una diffusa attività che vide affermarsi nel 1905 una fabbrica di “birra gazzosa e ghiaccio impiantata nei locali retrostanti al palazzo Turreno”. All’inaugurazione in pompa magna partecipò ogni autorità esistente, dal Sindaco al Prefetto con seguito di generali e ufficiali vari, stampa inclusa. Birra per tutti come all’oktoberfest ma a sbafo e conseguenti titoli devotissimi per quell’“industria nuova che oltre alle suddette bevande era in grado di produrre centoventi quintali di ghiaccio al giorno”. Una svolta nel segno del progresso, tanto da indurre Filino Storti, uno dei soci, oltre che proprietario del caffè Trasimeno e pasticceria Falci di “offrire gratis il ghiaccio per qualunque bibita, compreso il caffè” si badi bene, senza aggravio di prezzo.

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