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CORREVA L'ANNO | 1921- Il cioccolato straniero non passerà. Boicottaggio militante contro Talmone

Nei primissimi anni 20 la “Società Perugina”, si apprestava a scrivere il proprio racconto. Il talento per il cacao dedicava ai palati la sublime tavoletta fondente di Luisa e il travolgente bacio cioccolatoso alla granella di nocciole. Un primato incontestabile, quello dell’azienda dolciaria, nata nel 1907, pronta, già prima del conflitto mondiale, a superare lo stato d’impresa artigianale e sfidare la concorrenza di altri marchi, ben più consolidati, come quelli torinesi. Insomma, schierare il bacio contro la supponenza del gianduiotto sapeva di cosa audace ma ormai alla portata.
Superare i confini regionali per guadagnare mercati costituiva del resto la strategia di ogni industria, specialmente quella dolciaria, così si fece voce d’imminenti e inquietanti aperture di negozi a Perugia. Un gigante del settore, qual era Talmone, avrebbe sommerso sotto nubi di cacao e indotto i perugini a sfondarsi di delizie sabaude, potendo attingere a un vasto catalogo di affermati prodotti, a discapito della locale casa dolciaria.   

C’è chi dice no. La controffensiva scocca dalle colonne del settimanale nazionalista “Vittorio Veneto” pronto a contrastare un concorrente “che di italiano non ha che il nome” e uno scopo palese: “porsi in concorrenza con la Perugina, ditta prettamente italiana”. In realtà la Talmone era italianissima, fondata a Torino nel 1850, seppure rilevata, mezzo secolo più tardi, dalla svizzera Tobler.
Quello della proprietà straniera costituiva tuttavia un argomento forte, dato il periodo, buono per soffiare sul fuoco, evocando una temibile apocalisse dolciaria. Attenzione, dunque, poiché lo straniero è “deciso a vincere qualsiasi concorrenza occupando pel suo commercio una decina di negozi sul corso e impiantando, se al caso, un’altra fabbrica di cioccolato alla Stazione.” L’affermazione dovette sembrare un filo eccessiva anche al redattore che concesse pertanto il dubbio sulla costituenda fabbrica di cioccolato alla Stazione. Via, dieci negozi disseminati nel Corso, che neanche sulla Fifth avenue di New York avrebbero avuto speranze.

A rincarare la dose ci pensa il numero successivo, ventilando il sospetto di oscure trame da parte di “agenti della ditta straniera” pronti a “corrompere la commissione del pubblico ornato”. Scopo dichiarato, quello di collocare “una grande réclame all’ingresso del negozio, abbruttendo così le linee serie e architettoniche delle facciate dei nostri palazzi”. In effetti, Talmone credette fin dagli esordi sul potere della pubblicità, realizzando cartelloni e manifesti, così da rendere immediatamente riconoscibile il proprio marchio.
Spettava dunque ai perugini stessi contrastare “la sleale concorrenza straniera”, affermando il diritto alla difesa di un’industria territoriale, messa a rischio, anche se “solidamente affermata ovunque per temere certe concorrenze”. Insomma, a parte la debole pregnanza del testo, andava evitato l’insidioso attacco alla Perugina, volto “ad abbattere l’unica industria veramente italiana e cittadina” da cui avrebbe disceso la conseguente disoccupazione.
In ogni caso, l’invasione non sarebbe mai passata, rassicura il giornale, se non per legge, sicuramente per il boicottaggio di popolo invocato come strategia. “Signori stranieri ricordatevi che sono finiti i bei tempi che tutto era permesso in Italia”. Anche allora, finita la pacchia. 
Invece c’era in città chi annusava buoni affari, anche se subito impallinato dal settimanale. “Noi ci riserbiamo di additare alla pubblica rappresaglia il proprietario che per venalità è disposto a cedere il locale del caffè Vannucci alla Talmone”.
Dell’ostile ventata al profumo di cacao non si parlò più. Certo non fu per lo sbarramento di un oscuro foglio di provincia. A far desistere l’industriale Theodor Tobler dall’espansione verso il mercato italiano fu il crescente e diffuso nazionalismo che stava montando in tutto il Paese. Il fascismo ormai alle porte, si mostrava del resto sempre più propenso ad avversare l’industria straniera per via del sovranismo glicemico.  
Il concetto è del resto ribadito con chiarezza dal settimanale fascista “L’assalto”, nel ’26, dando voce al segretario nazionale industrie cioccolatiere, presente a Perugia per una manifestazione, secondo cui era necessario “togliere per sempre il cioccolato straniero dal mercato italiano” e conseguire “il primato su tutti i mercati del mondo”. Siamo alla celebre battuta del Marchese del Grillo: Io so io e voi non siete un… 

Una quarantina d’anni più tardi, in pieno boom economico, Talmone aprì davvero un negozio al centro di Perugia, prima in via Fani, per trasferirsi poi a Maestà delle Volte, dove rimase con notevole fortuna fino a qualche anno fa.
Era l’epoca d’oro di Carosello, quando la pubblicità era spettacolo, non mandava in paranoia e allietava tutti. Una canzonetta avvolgente, dal ritmo latino, costituiva la colonna sonora di un cartone di ambientazione messicana, autentico culto. Protagonisti, un pappagallo col sombrero che consegnava dolci e Miguel che aspettava. Chi ha varcato una certa soglia cronologica ricorderà sicuramente il famoso gorgheggio “el merenderooo” e la celeberrima frase, declinata in veneto, “Miguel son sempre mi”.  Un classico esempio di jingle che sovrastava il prodotto per rilevanza comunicativa. La campagna pubblicitaria era della Talmone ma con ogni probabilità saranno in pochi a rievocare il marchio dell’inserzionista, associato alla leggendaria scenetta animata.
Il consueto appuntamento di Eurochocolate racconta la biodiversità che sa declinare il cacao in ogni lingua e porgere a tutti il cibo degli dei.   
Salviamo dunque il pianeta da nazionalismi, guerre e inquinamento che poi sembra l’unico dove sia presente la cioccolata.


     
   


        
 

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