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Correva l'Anno di Marco Saioni | 1909, Festa dell'Ascensione sul Tezio: che rissa tra i porchettari rivali! Tutti in tribunale

Notti chiare e mattinate luminose. Tutti concordavano. I segni del cielo avrebbero escluso cattivo tempo il giorno dell’Ascensione. Una previsione condivisa anche dal parroco, che si sa, per le dritte aveva i suoi canali privilegiati. A Migiana fu fermento di gambe, voci e mosse di fatica. C’era da allestire i forni per i maiali, damigiane di vino, incetta di pagnotte e poi pennuti da offrire al tiro delle doppiette. Domani all’alba si sale a quota mille, tra i prati ospitali di Monte Tezio. Sarà bisboccia con trionfali bicchierate da sudare alcol. Ma prima colazione collettiva a porchetta, bene idratata con quello buono, spillato dalla botte. Il figlio di Mariano no, lui preferiva l’acqua fresca di fonte, anche di fronte al padre che guardandolo con sconforto pareva chiedersi dove avesse sbagliato. Si parte per il fresco sotto le frecciate scalmanate dei rondoni. La folla di contadini arrancò per due ore. 

Il rivolo di sentiero battuto orlava il cammino. Agli asini il compito cruciale, quello di favorire l’ascensione per porchette e damigiane. Solo mezz’ora di riposo, giunti in vetta, tutti disposti, bicchieri in mano, a scrutare il semicerchio dell’orizzonte. Placati gli assalti di sete, gli sguardi si adagiarono sui tappeti delle vallate, le fiammate del lago, fino a decifrare Perugia che pareva a cavallo sul dorso del colle. Un coro per gli occhi anche quell’erba che cambiava colore per i fremiti indotti dal vento. Qualcuno raccontava che d’inverno, quando la luce precipita presto, da lassù sembra avere le stelle in mezzo ai piedi. Ora basta con la poesia. E’il momento di allestire i banchi per i ristori. Tra poco saliranno, anzi si scorgevano già, schiere di cacciatori, avidi di penne da impallinare. Bersagli, più o meno mobili, polli, conigli, oche, piccioni, tutti offerti all’insulto del piombo. Insomma anche gli amici del cortile sono invitati alla festa.

Il vino all’ombra gelida delle neviere è l’oasi cui tenderanno le gole riarse dalla fatica. Sì, c’è la ricorrenza della festività religiosa con messa e benedizione all’aperto ma quella folla disidratata dalla scarpinata è un target irresistibile per una seppur modesta imprenditoria alimentare. Così tra i pratoni ci si dispone allo spaccio di pagnotte, bevande ed altri viveri di sostegno. Il fatto è che i contadini di Migiana si sentivano detentori del copyright sulla porchetta d’altura e consideravano un affronto la presenza di intrusi. No, le frazioni vicine non avevano proprio titolo ad intromettersi con le loro bancarelle. Vada per quelli di Cenerente, finanche il Pantano e Colognola ma la linea di demarcazione non poteva estendersi oltre la linea del Tevere. Una riproposizione inconscia dell’arcaico confine liquido che separò le genti etrusche da quelle umbre. Evidentemente la nozione di internazionalismo proletario enunciata da Marx non era ben radicata negli ascensionisti, quasi tutti socialisti, beninteso. 

E quel il famoso appello “Proletari di tutto il mondo unitevi!” fu emendato senza esitazione ponendo Migiana al posto del mondo. Improvvisa e conseguente si scatenò quindi l’operazione di pulizia etnica. A farne le spese sarebbero stati tutti gli “stranieri” invasori dei monti altrui. La scintilla scoccò da un rimbrotto rivolto ad un fisarmonicista. Sì, la doveva piantare con quella lagna e suonare il repertorio richiesto. La replica non fu gentile ma piuttosto risoluta a rivendicare la libertà di esecuzione, il cui esito dovette suonare come un perentorio “la fisarmonica è la mia e sòno come c... me pare”. Da cui il repentino cambio di registro comunicativo, ora affidato a mosse concitate e scomposte dal vasto repertorio di colpi. Fu allora che nuclei organizzati di migianesi, randelli in mano, si scagliarono contro le abusive postazioni di ristoro. Si dice che “buttaron giù anche l ciborio” tra un turbine di cazzotti e mazzate, persino morsi, ovunque fosse accessibile. 

Nonostante la baruffa e i troppi franati nel vino, le doppiette se ne stettero buone ma null’altro fu risparmiato del restante arsenale offensivo. L’intervento opportuno di numerosi partecipanti si frappose agli scontri scongiurando il peggio. Bilancio: numerosi feriti, costole sfondate, nasi rotti, teste ammaccate. Finì tutto in tribunale che distribuì pene pesanti, un anno e sei mesi di galera, per una decina tra i più forsennati. Ad altri toccò l’assoluzione per legittima difesa. Dalla prossima edizione fu resa obbligatoria anche l’ascensione dei regi carabinieri.

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