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L'INTERVENTO : "Meglio un Osservatorio regionale sull'accoglienza che un Centro Espulsioni fallimentare"

Riceviamo e pubblichiamo un contributo politico sulla discussione della futura presenza di Centro Espulsione in Umbria previsto dal ministro e dal Governo. Un centro che sarà discusso ufficialmente il prossimo 19 gennaio nell'incontro Governo-Regioni

Riceviamo e pubblichiamo un contributo politico sulla discussione della futura presenza di Centro Espulsione in Umbria previsto dal ministro e dal Governo. Un centro che sarà discusso ufficialmente il prossimo 19 gennaio nell'incontro Governo-Regioni.

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di Enrico Flamini, Segretario Regionale di Rifondazione comunista dell’Umbria

Il prossimo 19 gennaio si terrà un incontro tra governo e Regioni in cui verosimilmente il ministro Minniti  formalizzerà la proposta di aprire un Cie in ogni regione. Lo abbiamo già detto, lo ripetiamo: l’Umbria si deve opporre e deve dire no a strutture che, come anche il recente caso di Cona dimostra, sono e sono state un disastro sotto il profilo del rispetto dei diritti umani, della effettiva utilità e del dispendio di risorse pubbliche.

Dire no ai Cie significa che va tutto bene? Niente affatto. Anche nella nostra regione, al di là di quello che ha sostenuto recentemente la Cgil, possono sorgere inevitabilmente problemi da non riferire esclusivamente al fatto che il ministero dell’Interno non ha ancora pubblicato il bando per l’affidamento dei servizi di accoglienza dei richiedenti asilo per l’anno 2017.

In effetti la legislazione italiana e la sostanziale indifferenza europea al dramma umanitario in atto fanno emergere con evidenza i limiti di una gestione dell’emergenza in cui raramente si attivano ispezioni e controlli sulle condizioni di vita degli ospiti, sugli alloggi, sui servizi effettivamente prestati. Una situazione in cui non sempre sono certi i numeri attribuiti a singoli operatori che, spesso, lavorano con contratti precari. Questo primo aspetto generale, in tutto il territorio nazionale, rischia anche di favorire situazioni di sovraffollamento, visto che non esiste una legge che impedisca di ospitare e gestire centinaia di profughi in un’unica struttura, e condizioni ambientali discutibili con conseguenti difficoltà di garantire un’assistenza sanitaria adeguata.

In effetti all’agenzia Habeshia arrivano praticamente da tutta Italia le stesse segnalazioni: alloggi inadeguati, ma, soprattutto, l’incertezza, senza alcuna informazione sulle procedure da seguire o sullo “stato” delle richieste di asilo o “relocation” in un altro Stato europeo, per la mancanza pressoché sistematica di antropologi e mediatori culturali e linguistici in grado di esprimere le esigenze dei profughi ai gestori dei centri e alle stesse istituzioni, a cominciare dalle prefetture e dalle questure.

Che dire poi sulle strutture d’accoglienza? Sono spesso temporanee e precarie, in cui a monte manca qualsiasi programmazione ed informazione preventiva da parte degli organismi competenti, elemento questo che, al di là delle numerose contestazioni strumentali di certe parti politiche, ha contribuito a suscitare un clima diffuso di incomprensione o addirittura di rifiuto. Siamo insomma di fronte all’improvvisazione e alla precarietà. Una situazione che non sembra destinata a cambiare nonostante l’accordo tra il Viminale e l’Anci per incrementare la rete dello Sprar, con l’impegno di assegnare ai Comuni una quota di 2,5/3 profughi ogni mille abitanti. Non, almeno, fino a quando l’auspicabile “accoglienza diffusa” non si baserà su quote obbligatorie, regione per regione e comune per comune, che tengano conto delle diverse situazioni locali.

Ecco, ci sono ancora le condizioni per cui in Umbria l’accoglienza diffusa possa continuare ad essere praticata al meglio. L’Umbria però è in Italia. Per questo e per evitare speculazioni di ogni natura ci rivolgiamo alla Giunta Regionale e all’intero consiglio regionale affinché prendano in considerazione la possibilità di istituire un Osservatorio regionale sull’accoglienza con funzioni di indirizzo e controllo per la buona accoglienza, la qualità dell’intervento, l’integrazione e la relazione. Tutto il resto è propaganda.

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