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L'ANALISI di Giuseppe Coco (riceratore AuR): "Crisi demografica sempre più preoccupante". Verso il punto di non ritorno?

Riceviamo e pubblichiamo l'analisi, sempre autorevole, di Giuseppe Coco ricercatore dell'Agenzia Umbria Ricerche. Buona lettura.

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Anni fa, in un seminario dove si trattavano i temi connessi all’invecchiamento, mi rimase impressa la tesi di un relatore secondo il quale, quando gli ultra sessantacinquenni superano il 30% del totale di una popolazione, ci si trova in un punto di non ritorno demografico. Francamente non saprei dire oggi su quali ipotesi si fondava quella tesi, è passato troppo tempo, ma mi colpì e da allora ho sempre pensato che Paesi come il nostro, che hanno imboccato la strada dell’invecchiamento, avrebbero dovuto confrontarcisi, con quella tesi.

Dati alla mano, le persone che in Italia hanno oltre 65 anni sono quasi 12,4 milioni ovvero il 20,8% della popolazione complessiva. Questo significa che rispetto alla “fatidica” soglia del 30% mancano 9 punti percentuali. Però, se si osserva la situazione su base regionale, si nota che diverse realtà sono abbastanza vicine a quella soglia. Un paio di esempi: in Umbria gli ultra 65 enni sono circa 208 mila, ovvero quasi il 26% della popolazione; in Liguria sono circa 440 mila, ovvero quasi il 29%.

Probabilmente la soglia del 30% può anche non essere un punto di non ritorno. Ma è sicuramente una soglia da tenere in debita considerazione, visto che nel medio/lungo periodo non può essere privo di conseguenze il fatto che in Italia continuino a diminuire i nati. In particolare, l’Istat ci dice che nel 2019 in Italia erano circa 420 mila, ovvero quasi 20 mila in meno rispetto al 2018, e addirittura 156 mila in meno rispetto al 2008. E non poteva che essere così dato che il numero di figli per donna sta continuando a scendere: se nel 2010 erano pari a 1,46, nel 2019 si sono attestati a 1,27. Il dato diventa anche più fosco se si considera solo il numero medio dei figli delle donne con cittadinanza italiana che, nel 2019, ha toccato il valore più basso di sempre, 1,18.

Per provare a comprendere meglio cosa alla lunga possono significare certi dati, prendiamo in considerazione il principio dei vasi comunicanti, che tutti noi abbiamo studiato a scuola. In base a questo principio sappiamo che un liquido, versato in un sistema di recipienti comunicanti, raggiunge lo stesso livello nei vari contenitori. Però, tale principio smette di funzionare correttamente anche se uno solo dei recipienti si trasforma in un contenitore molto sottile, piccolo. A questo punto, ipotizziamo di suddividere la nostra popolazione in tre gruppi comunicanti corrispondenti alle fasce di età 0-14, 15-64 e 65 anni e oltre.

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Fig. 1 – Popolazione per fasce di età

Osservando i nostri gruppi salta agli occhi che il primo sta diventando pericolosamente troppo risicato in quanto, anno dopo anno, è sempre meno alimentato, accumulando così un deficit di “nuovo” capitale umano. Un deficit che, fra l’altro, inizia a farsi già sentire anche all’interno della fascia 15-64: le persone che hanno un’età compresa tra 40 e 49 sono circa 9 milioni, mentre quelle comprese tra 30 e 39 sono meno di 7 milioni.

Certe tendenze, alla lunga, vanno ad incidere molto negativamente sul sistema economico. C’è bisogno di un cambio di rotta, di una discontinuità che, per chi scrive, dovrebbe passare soprattutto attraverso una maggiore autonomia di intervento da dare alle singole regioni in materia di sostegno all’incremento della popolazione. È un fatto, ad esempio, che i problemi della Lombardia non sono quelli dell’Umbria, né tantomeno i problemi di Milano sono gli stessi di Polino

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