Aborto farmacologico in Umbria: scoppia la polemica dopo l'eliminazione del 'day hospital'

Mentre il leghista Pillon e il centrodestra esultano per la delibera della giunta Tesei, si scatenano le opposizioni ma anche i sindacati e le associazioni

Fa discutere (anche fuori dai confini regionali) la delibera con cui la Regione Umbria ha ripristinato l'obbligo di un ricovero ospedaliero di almeno tre giorni per le donne intenzionate a sottoporsi a un'interruzione volontaria di gravidanza. Una delibera con cui la Giunta adotta le 'Linee di indirizzo per le attività sanitarie nella Fase 3' dell'emergenza coronavirus in cui si legge: "Relativamente al metodo farmacologico RU486 si dispone il superamento delle indicazioni previste dalla DGR 1417 del 4 dicembre 2018 'interruzione volontaria di gravidanza con metodica farmacologica' relativamente all’opportunità di somministrare la RU486 in regime di ricovero in day hospital. Infatti le indicazioni ministeriali del 24 giugno 2010 “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza” e i pareri del Consiglio Superiore di Sanità del 18 marzo 2004, del 20 dicembre 2005 e del 18 marzo 2010 ribadiscono la necessità di regime di 'ricovero ordinario'”. 

Niente più aborto farmacologico in day hospital dunque, con la 'governatrice' Tesei, che ha quindi abrogato una decisione presa dalla precedente amministrazione di centrosinistra interpretando in maniera più restrittiva la legge 194 del 1978. Quest'ultima infatti prevede da un lato che l’aborto debba essere effettuato solo dietro ricovero ospedaliero, dall’altro consente però alle singole regioni di organizzarsi in maniera differente, proprio come aveva fatto l'Umbria guidata da Catiuscia Marini nel 2018 (con l'introduzione della possibilità di abortire grazie alla pillola RU 486 entro la settima settimana di gravidanza e la richiesta agli ospedali di organizzarsi per dare le possibilità alle donne di interrompere la gravidanza grazie a una prestazione di day hospital o anche solo grazie a un servizio di assistenza domiciliare). "Il tutto con buona pace della sinistra - ha commentato Simone Pillon, commissario della Lega di Perugia - che, brava solo a parole a difendere i diritti delle donne, si è opposta fino alla fine, preferendo anteporre le ideologie alle reali esigenze della salute femminile. Resta sullo sfondo la speranza che, a livello nazionale, sia presto approvata una legge per garantire a tutte le donne con gravidanze difficili di poter scegliere la vita contando sul sostegno umano ed economico delle istituzioni".

Immediate le polemiche con opposizione, sindacati e associazioni che contestano alla giunta Tesei di andare in controtendenza rispetto alle raccomandazioni della comunità scientifica di privilegiare, proprio in tempo di emergenza Covid,  la metodica farmacologica in regime ambulatoriale, che permette minori accessi in ospedale, garantendo quindi un minore rischio di contagio. "Risulta difficile comprendere i motivi di questo gravissimo ritorno indietro, che mette in pericolo il diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne" dichiarano Filomena Gallo e Mirella Parachini della 'Associazione Luca Coscioni') e Anna Pompili di Amica'. Forte anche la reazione dei sindacati, con la Cgil di Perugia che giudica i"naccettabile e inutile l'accanimento contro le donne della giunta regionale dell’Umbria", aggiungendo che "la pandemia dovrebbe aver evidenziato quanto la sanità territoriale vada rafforzata e non depotenziata in un'ottica tutta ospedalo-centrica" e chiedendo quindi che la Giunta riveda questa decisione, rafforzi ed ampli i servizi consultoriali e nel caso contrario non esiterrmo a promuovere una larga mobilitazione”.  

Scatenate anche le opposizioni politiche: "Un’azione grave, strumentale e colpevole - si legge in una nota congiunta dei consiglieri comunali perugini di Pd, Idee Persone Perugia e Rete Civica per Giubilei - che renderà ancor più difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione, attraverso la privazione del diritto a scegliere il metodo meno invasivo di interrompere una gravidanza. Un chiaro segnale di brutale inversione di tendenza rispetto alla cultura dei diritti delle donne. da ora in poi, i reparti autorizzati a mettere in atto la procedura di IVG farmacologica, quelli di Pantalla e poi, dopo il Covid, quello di Umbertide, oltre che di Orvieto e Narni, chiuderanno a breve, allungando ulteriormente i tempi per le IVG chirurgiche, che già adesso fanno registrare oltre tre settimane di attesa". A fare loro eco Emma Pavanelli, senatrice dei 5 Stelle eletta in Umbria: "Il passo indietro della Regione Umbria, guidata dalla leghista Tesei, sull’aborto farmacologico ci lascia sconvolti per almeno due motivi. Il primo è perché ci ricorda ancora una volta che per certe forze politiche il diritto all’autodeterminazione delle donne non è né scontato né acquisito una volta per tutte. “Il secondo motivo è che abrogando quella direttiva proprio in un periodo delicato come questo si creano maggiori rischi, evitabilissimi, per la diffusione del coronavirus e dunque per la salute
stessa delle donne. Non ci sono giustificazioni plausibili: la decisione della giunta umbra è retrograda e scriteriata".

Ma sull'altra sponda il centro destra difende la scelta della giunta regionale e ne rivendica la legittimità. come 'Progetto Perugia', gruppo di maggioranza in Comune nel capoluogo: "L'Ivg farmacologica è stata introdotta in Italia nel 2009, mediante una delibera dell’Agenzia Italiana del Farmaco) dove viene espressamente raccomandato che l’utilizzo del farmaco è subordinato al rigoroso rispetto della legge 194 a garanzia e tutela della salute della donna; in
particolare deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria ospedaliera. Non a caso la medesima raccomandazione è riportata nei pareri del Comitato Scientifico nominato dal Css e dalle Linee di Indirizzo del Ministero della Salute nel 2010, dove si evidenzia che in base ai dati scientifici emergerebbe un profilo di sicurezza inferiore dell’IVG farmacologica rispetto a quella dell’IVG chirurgica. È con grande soddisfazione quindi che apprendiamo la notizia del superamento della somministrazione dela pillola RU-486 per Ivg farmacologica in
day hospital. Non è andato a buon fine l’intento della minoranza di sinistra presso il Consiglio Comunale del
capoluogo dove, con uno inopportuno ordine del giorno, si chiedeva addirittura l’assunzione della pillola abortiva semplicemente a domicilio".

PILLON

Da oggi gli interventi dovranno
essere effettuati, come previsto dalla legge, in regime di ricovero
ospedaliero, evitando che la donna sia di fatto lasciata completamente
sola anche davanti a eventuali rischi, come emorragie, infezioni o altre
gravi complicanze".
Il tutto con buona pace della sinistra che, brava solo a parole a
difendere i diritti delle donne, si è opposta fino alla fine, preferendo
anteporre le ideologie alle reali esigenze della salute femminile. Resta
sullo sfondo la speranza che, a livello nazionale, sia presto approvata
una legge per garantire a tutte le donne con gravidanze difficili di
poter scegliere la vita contando sul sostegno umano ed economico delle
istituzioni".
Così il sen. Simone Pillon, commissario della Lega di Perugia.

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