Giovedì, 13 Maggio 2021
Politica

Congresso Pd Umbria, Verini candidato alla segreteria regionale: "Partito ingessato dalle correnti"

Il parlamentare in corsa: "Mi hanno chiesto in tanti di candidarmi. Litighiamo per le idee, non per le nomine e le spartizioni"

Tic, toc. Tic, toc. Mercoledì 7 novembre, all'ora di cena, suonerà il gong. Firme e candidature per il congresso regionale del Partito Democratico. I nomi (salvo sorprese dell'ultimo secondo): Gianpiero Bocci, Andrea Pensi e anche Walter Verini. Il deputato dell'Alto Tevere c'è, perché "in tanti mi hanno chiesto di nuovo di candidarmi al congresso", dice. E i tanti sono "sindaci, vicesindaci, segretari, dirigenti del Pd". Tra questi anche gli assenti di peso della serata al Park Hotel di Ponte San Giovanni. Qualche esempio: "Valeria Cardinali, Carlo Emanuele Trappolino, Marina Sereni". Eccetera. Fino a 120 "appelli", come li chiama l'onorevole. E visto che il 'sondaggio' per Francesco De Rebotti, sindaco di Narni e presidente dell'Anci Umbria, per stessa ammissione di Verini è stato declinato dal protagonista designato, tocca a lui, dopo il tentativo (naufragato) di dare al Partito Democratico una guida. 

E giusto per mettere le cose in chiaro in vista delle primarie, Verini sottolinea che "non mi sento alternativo a Pensi, anzi, lo incoraggio". Sorpresa. E che "Bocci lo apprezzo come uomo di governo". Anzi, "se Candiani della Lega riuscisse a fare un decimo di quello che ha Bocci potrebbe essere contento. I poliziotti in più in arrivo in Umbria? E' un provvedimento del gennaio 2018. Gentiloni presidente del consiglio e Bocci sottosegretario". Verini va al duello, insomma, ma non alla guerra. Anche se sembra esserci aria di un due contro uno, per rendere la cavalcata almeno non trionfale. 

Ma c'è un ma. E anche bello grosso. Ed è questo: "Tutti quelli che mi sostengono e mi chiedono di candidarmi pensano che nel Pd sia utile una persona con un profilo collegiale. E spero che questo sentimento sia maggioritario". E giù, dritto per dritto: "Bisogna aprire il partito, spalancare porte e finestre e riportarlo a parlare con i cittadini, per risolvere i loro problemi. In Umbria il Partito Democratico è ingessato dai correntismi, la pluralità è necessaria. Dobbiamo litigare sulle idee, sugli interventi, sulle scelte di governo, non sulle spartizioni. Ci siamo accapigliati per le nomine e questo crea mancanza di credibilità della politica". In altre parole: "Gli scontri e le ricomposizioni devono esserci sulle idee e i programmi, non sulle nomine". Perché "la malattia infantile e senile del Pd è il corsovannuccismo, il pensare che tutto si riduca lì. Il mondo è più ampio".

L'analisi del deputato non è 'leggera': "Se il Pd non cambia, se non mettiamo la quinta anche dove governiamo (leggi Regione Umbria), lo faranno gli altri. Come è successo a Terni, Spoleto e Umbertide. La prossima volta, se andiamo avanti così, litigheremo per chi fa il capogruppo - pausa scenica - di minoranza". Chiaro? Ancora Verini: "Ho paura di cosa succederà in Umbria se il centrosinistra, seppure ammaccato, lascerà il campo alla destra". In conclusione: "Il 4 marzo è stata una sconfitta nazionale, con aggravanti locali". Cinque su cinque, senza appello. 

Quindi, il congresso e Verini ai nastri di partenza: "Ma non deve essere una conta - rincara -. Non possiamo ridurre il Partito Democratico dell'Umbria a una conta, ma stabilire un percorso di marcia comune". E poi un 'vecchio' monito: "Chi dirige il partito deve essere un arbitro e chiamarsi fuori dal prossimo appuntamento elettorale, la Regione nel 2020". In verinese suona così: "Ridiamo autonomia al Pd e libera libertà ai vertici del partito". Su Perugia neanche una parola. Forse, dopo dicembre, qualcosa uscirà fuori.

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