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VISTI PER VOI: La “Ballata di un manovale” fa scoprire ai perugini un Bicini drammaturgo impegnato e orientato al sociale

Ha fatto benissimo Mariella Chiarini a ripresentarla in teatro: prova ne sia il fatto che numerosi aspiranti spettatori non hanno trovato posto nemmeno nell’ultima delle tre rappresentazioni a ingresso libero

La “Ballata di un manovale” fa scoprire ai perugini un Bicini drammaturgo impegnato e orientato al sociale. La tre giorni di commemorazione del trentennale della scomparsa dell’autore perugino ha riproposto – nel teatro di via del Cortone a lui intestato – un’opera meno conosciuta ma, a parere di chi scrive, una delle più belle, in quanto intrisa di politica e umanità. Perché è politico tutto ciò che racconta la situazione sociale e civile, mentre è umano tutto quello dal quale non ci si può chiamar fuori con la battuta “non sono fatti miei”.

L’opera è stata fuggevolmente riproposta nel teatro in piazza dell’estate scorsa, ma in una location inadeguata e assai meno capiente di quanto il lavoro meritasse. Ha fatto benissimo Mariella Chiarini a ripresentarla in teatro: prova ne sia il fatto che numerosi aspiranti spettatori non hanno trovato posto nemmeno nell’ultima delle tre rappresentazioni a ingresso libero.

Scritta e rappresentata nella metà degli anni Sessanta, per il Teatro in Piazza di Giuseppe Agozzino, l’opera mantiene inalterata una freschezza straordinaria, offrendo uno spaccato antropologico dell’Italia degli anni Cinquanta.

Un’Italia in cui lo sviluppo si concretizzò nell’acquisto del frigorifero e, poi, del televisore. Un Paese in cui comunque restavano sacche di povertà nelle quali si contestualizza perfettamente la storia del manovale Decio, lasciato dalla moglie Gina, insofferente delle condizioni di miseria imposte dalla modesta situazione economica familiare.

Lo svolgimento della vicenda ad alto tasso drammatico si colora di una pregevole patina linguistica popolare. Bicini, perugino di Porta Sant’Angelo, usa termini identitari come “quartiere” per indicare “appartamento” (l’opera di Artemio Giovagnoni, “Beniamino Ciofetta, appaltatore” si chiamava in origine “Il quartierino”). E ancora, “straginata” per “donna poco di buono”, o “fa i poltracci” per “stare a letto a poltrire”.

Insomma: una full immersion di peruginità che è piaciuta al pubblico. E, soprattutto, una rinfrescata della produzione di Franco. Che, come tutti i comici, sentiva come intimamente proprio il registro del dramma.

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