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VISTI PER VOI Chiude alla grande la rassegna "Smanie di Primavera" con un lavoro di Carolina Balucani

L’interpretazione di Matteo Svolacchia è straniata, delirante, coinvolgente e sconvolgente. Per dirla ancora col Vangelo: “Ex eorum fructis cognoscetis eos”. E il frutto da cui giudicare la pianta è uno spettacolo convincente

foto Michele Tomaiuoli

Chiude alla grande la rassegna Smanie di Primavera con un lavoro di Carolina Balucani, validamente supportato dall’interpretazione di Matteo Svolacchia. Non è un caso che questo spettacolo (che mi pare riduttivo classificare come “studio”) abbia conseguito il premio “Dante Cappelletti” 2017.

Perché è uno spettacolo che contiene universi: dalle citazioni evangeliche al caso Cucchi, dal malessere sociale alle tossicodipendenze, dalla condizione carceraria alle patologie sociali.

Il plot è di grande originalità e mette sotto i riflettori un ragazzo trentenne, arrestato in un parco e portato in carcere.

Nel lungo monologo, il tema ricorrente sotto traccia è l’evangelico “Nolite iudicare, nisi vultis iudicari”, scritto da un altro Matteo: l’evangelista.

In cella, il giovane emarginato rievoca brandelli di educazione cattolica ricevuta in borgata. Un catechismo che lo fa identificare con la vittima più grande nella storia dell’umanità: quel Gesù che fu messo in croce senza colpa. Ed ecco che il meccanismo di proiezione del sé genera deliri, incontri con quella Mamma, condannata alla sofferenza. Con Matteo/Iesus che muore in quella cella, come è morto nel cuore delle persone, rinserrate nella gabbia dell’egoismo e dell’indifferenza. Un atto d’accusa? Certamente. Perché nessuno di noi può chiamarsi fuori. E sono tanti i Cucchi segnati dai colpi metaforici e reali, coi lividi incancellabili nell’anima, non meno che nel corpo.

Da sottolineare che la scenografia essenziale (e apparentemente contraddittoria col luogo cella) è opera degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Perugia, guidati dalla scenografa Marta Crisolini Malatesta. Ma come: un prato in carcere? Certo: perché il luogo più cupo e desolato può divenire evasione della mente e del cuore, prato fiorito, modo ideale. Sognato e irraggiungibile.

L’interpretazione di Matteo Svolacchia è straniata, delirante, coinvolgente e sconvolgente. Per dirla ancora col Vangelo: “Ex eorum fructis cognoscetis eos”. E il frutto da cui giudicare la pianta è uno spettacolo convincente.

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