Una conferenza così sul mondo etrusco non si sentiva dai tempi di Pallottino, quando veniva alla Stranieri

Una conferenza così sul mondo etrusco non si sentiva dai tempi di Massimo Pallottino, quando veniva alla Stranieri. Grazie alle Giornate Etrusche di Velimna, giunta alla 18.ma edizione. Grazie al presidente Antonello Palmerini, alla direttrice scientifica Luana Cenciaioli e, soprattutto, a Valentino Nizzo (tuderte) direttore del Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia. Nizzo ha trattato il tema “Identità, Eredità e Continuità degli Etruschi” con una dottrina e una piacevolezza non comuni, valendosi di un efficace slide che ha consentito una diegesi a volo d’angelo su temi di grande interesse. In un’esposizione la cui ampiezza e rapidità non hanno nuociuto alla profondità dei saperi proposti e alla ricchezza delle suggestioni fornite a un uditorio attento e interessato.

Impossibile riferire nel dettaglio l’esposizione. Ci limitiamo a ricordarne i passaggi essenziali e i contenuti che restano. Cos’è Villa Giulia, come nasce, quali i personaggi che vi hanno ruotato. Poi una raffinata narrazione che tocca segnatamente il versante antropologico, cercando di indicare come l’identità sia frutto del processo di autodefinizione. Non sia, insomma, solo ethnos e confini, ma cultura e faccia capo al modo e ai modi in cui l’identità venga percepita e rappresentata. Fra i grandi studiosi, viene citato Pallottino per la sua opera di rimozione di pregiudizi, in special modo contro i “fantarcheologi”. Compresi errori come quello di attribuire al mondo etrusco manufatti appartenenti alla grecità. L’identità è da costruire, specialmente da chi a buon diritto può fregiarsi del titolo di erede di quella cultura, evitando dannose e interessate espropriazioni fuori luogo. Insomma: occorre rivendicare, ma legittimamente.

Poi la presentazione dell’archeologia come scienza che dà voce a chi non può più averla. Non poteva mancare un fuggevole ricordo di Mario Torelli, che Nizzo ha ben conosciuto, con l’ottima citazione secondo la quale “quando muore qualcuno, non piangiamo solo chi non c’è più, ma la parte di noi che è morta con lui”. Altra interessante citazione è quella delle tradizioni, reiterando la tesi di alcuni antropologi che sostengono “le migliori tradizioni sono quelle inventate”, anche perché te le crei a modo tuo, come un tempo si diceva “ad usum delphini”.

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Circa l’origine del popolo con gli occhi a mandorla, Nizzo considera che la domanda giusta non è “da dove vengono?” (Erodoto, Strabone…), ma “quando sono”, ovvero quando iniziano a prendere consapevolezza di sé e del proprio esistere così come si è. Insomma: noi perugini ci “sentiamo” Etruschi? Orgogliosamente d’accordo con gli amici ponteggiani, mi sento di dire “sì”. PS.: Finalmente un’esposizione senza sentire l’orrendo termine “resilienza”. Dopo l’“attimino”, “da questo punto di vista”, “piuttosto che” (usato a sproposito), consola assistere a una conferenza senza l’uso di intercalari sciocchi e banalità linguistiche modaiole. E vi pare poco?
 

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