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Un libro di Gustavo Sanchirico racconta il 'come eravamo' del carcere cittadino. S’intitola “Piazza Partigiani 14”

Le poesie incrociano storia e storie, fra autobiografismo e racconto di vita urbana

RIPIANI. Un libro di Gustavo Sanchirico racconta il come eravamo del carcere cittadino. S’intitola “Piazza Partigiani 14” e propone, alternandole in pagine a fronte, poesie e immagini, fotografie e disegni, segni e sogni. Le poesie incrociano storia e storie, fra autobiografismo e racconto di vita urbana. Come la poesia eponima del volume in cui, con incroci dialettofoni meridionali, si legge: “Iniziava così la processione a Sant’Angelo / fino agli Scortici / portammo ’a Maronna Ausiliatrice / per incontrare ’a Maronna dei Cenciarelli / in mocca proprio al dirupo di Ponte Rio/ Duilio prova e canta Lazzarella / in goppa alla Sanità…”.

Fra grate che imprigionano ed escludono, quelli di fuori non meno che quelli di dentro. Fra brandine sgarruppate e piene di calcinacci, con disegni tratti dai muri, segnati/sognati da un detenuto artista: donne nude e Cristi, sofferenti come quelli che hanno il cuore e la coscienza segnate da piaghe. E c’è sempre un vuoto da riempire con cristi sofferenti, in divisa da carcerato o da “superiore”, forse con ruoli intercambiabili, nei banchi scassati della Cappella.

Ricorre l’immagine di un lupo solitario “interprete dell’inumana saggezza”, aspettando “la felicità / di una vita rimasta dentro la toppa di una serratura / nell’attesa di essere aperta”. È il racconto di uno che dice: “Ho visto gli istitutori / uomini di legge ingabbiati / a spiare le arti / impotenti negli orti inariditi / quando si piegano e ti dicono / le prime saldature…”. E c’è un orsacchiotto timido che “illumina lo scranno che lasciai al lupo del monte”, in un mondo in cui non sai più se riconoscerti nel ruolo di lupo o in quello di agnello.

Un libro snello ed essenziale, caotico e viscerale, rabbioso e tenero. Come il suo autore, ruggente e tenebroso, artista del restauro e del ferro, capace di creare e distruggere le proprie opere, incendiando il mondo e le coscienze. Un compagno che brandisce falce e martello, ma non per far male. Forse per rimettere in ordine ciò che è irrimediabilmente guasto. Da tagliare. Forse, da aggiustare. Sempre con atteggiamento irriverente, anarchico, sfottente.
 

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