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Un catalogo di qualità (edizione numerata e firmata) ci racconta il confronto giocoso fra Umberto Palumbo e Raffaello

RIPIANI. Un catalogo di qualità (edizione numerata e firmata) ci racconta il confronto giocoso fra Umberto Palumbo e Raffaello. Ludus affiancato dalla robusta esegesi di Cristina Galassi, complice di lusso in questa avventura che incrocia pennello e (auto)ironia. Un avvocato che non è il pittore della domenica, ma gode di un ampio e storico accreditamento: a far capo da Morandi (che lo incoraggiò fin dalle sue prime prove) fino a Gerardo Dottori, che ne redasse la presentazione di opere in una mostra personale.

Palumbo, avvocato e giurista di mestiere, pittore per antica vocazione, ripesca dagli anfratti della memoria l’esperienza dell’arte cinetica (cui aderì oltre mezzo secolo fa) e se ne avvale in un colto gioco citazionale che poggia su opere raffaellesche. Non un semplice “nanus humeris gigantis insidens”, ma il sicuro protagonista di un ‘ludus’ ardito che presuppone “arte e parte” nel mondo della pittura.

Infatti vengono proposte una serie di opere “à la manière de” che catturano opere o particolari delle stesse volgendole (con sapienza pittorica e senso ironico, sempre di taglio iperrealistico) in chiave di revisione citazionale, rovesciamento, attualizzazione: dall’incarto in velina, al puzzle, alla pandemia da covid. Cristina Galassi parla di “trompe-l’oeil”, definizione condivisibile, sempre che non si pensi a panorami o porte e finestre, ma a brandelli d’umanità, in una teoria di celebri ritratti (di cui metto in
pagina quello della Fornarina).

Il catalogo è impregnato di umanità, traguardata con spirito ironico e perfino giocoso, anche nella tragedia della pandemia: l’opera più bella, esposta nella chiesa dei Padri Filippini, è un trionfo di dolore, con quella ‘Deposizione Baglioni’ richiamata dall’umanità sofferente di autombulanze e mascherine. Ne abbiamo diffusamente già parlato [Una splendida "deposizione Covid"" in mostra nella chiesa di San Filippo Neri (perugiatoday.it)] e invitiamo chi non l’abbia già vista a farlo. Ogni opera è contestualizzata dalla curatrice Galassi, che ne spiega optical, senso, marchingegni tecnici e narrativi.

Il bello è che Palumbo riesce sempre a metterci il naso: con un autoritratto (dentro una lente di occhiali o un foglietto appeso) e inserendo la propria firma, spesso “a tradimento”. Come nel ritratto di Fedra Inghirami le cui mani vergano, in quel foglio bianco, il grafema onomastico corsivo “Umberto Palumbo”. A dirla tutta, questa serie di opere è la conferma della personalità poliedrica ed esplosiva di Umberto. Lo sa bene chi lo conosce nella sua veste di abilissimo e persuasivo affabulatore, di entertainer televisivo, di narratore ricco di aneddoti professionali, nonché prodigo dispensatore di avventure e disavventure umane. Provate a parlarci. Se vi riesce.

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