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Il Teatro Morlacchi è tornato ad ospitare il pubblico con un capolavoro "Guerra e Pace": un successo di critica e di sicurezza

“Guerra e Pace”, spettacolo straordinario, una felice sintesi di epica e lirica. Performance attoriali di rango, riscrittura del romanzo coraggiosa, regia sorprendente. Non c’è una virgola sottotono: una prova corale che coinvolge ogni sezione: dalle luci alle musiche, dall’ambientazione ai costumi, al supporto dei macchinisti, alla consolle. Diciamo che ognuno ci ha messo del suo, al massimo delle  potenzialità. 

Lo spettatore si sente attore, tanto forte è il coinvolgimento assecondato dalla scelta di fare dell’intero teatro un palcoscenico: platea, accessi frontali e laterali, palco del sindaco. A riprova di come il teatro sia vita e la vita stessa si rifletta nel teatro. Perché, al di là delle contingenze, nihil sub sole novi, in materia di sentimenti e ideali, vezzi e vizi dell’umanità di ieri, di oggi, di sempre. La narrazione avviene a ritmo serrato, all’insegna di un dinamismo dispendioso in termini di energie fisiche, vocali, attoriali. Ci si chiede dove trovino gli attori la capacità di reggere la concentrazione e la forza per sostenere la maratona dei due spettacoli in unica seduta.

Un altro pregio di “Guerra e Pace” è quello di dare a ciascuno il suo. Per dire che non ci sono particine, ma ognuno ha il proprio spazio da protagonista. A significare (forse?) che il grande lavoro di Letizia Russo è consistito nella riduzione, tarata quasi su misura dell’organico, o pensando proprio a “quegli” attori. Oppure che Andrea Baracco è stato di un’abilità eccezionale nell’attribuire a ciascuno il ruolo da svolgere al meglio.

Sta di fatto che l’Inviato Cittadino non si sente di scendere all’analisi della prova dei singoli attori. Rischierebbe di far torto a qualcuno, immeritatamente. Posso solo dire che la conclusione della prima parte consente a Emiliano Masala, e la seconda a Lucia Lavia, di scuotere, ab imis fundamentis, l’animo dello spettatore. Per non parlare di come Baracco utilizza (stavo per dire “sfrutta”) la duttilità anche musicale di attori quali Fresi che sa veramente “fare di tutto” (ricordo uno spettacolo sul Quartetto Cetra in cui lo presi… per un cantante).

Certo che – almeno in questo – il virus potrebbe aver “dato una mano”. Le prove, il rinvio del debutto, la ripresa, il miracolo di aver tenuto insieme la Compagnia, la voglia di spaccare… hanno collaborato a realizzare uno spettacolo fondato su un meccanismo perfettamente oliato. Mai una pausa o un’entrata scivolosa. Tutto perfetto, nella complessità degli accessi, nei rischi di imprecisi contrappunti. E il pubblico se ne accorge, fino al punto di non volersene andare, chiamando e richiamando la Compagnia con applausi scroscianti, da standing ovation.

“Guerra e Pace” è uno spettacolo ineluttabile, indispensabile. Ciclopico. Produzioni così sono rara avis nell’asfittico panorama teatrale, che soffre la crisi di soldi e d’idee. Un ringraziamento alla Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, per la sua convinta adesione alla necessità di produzione e divulgazione culturale. Una conferma, per il Teatro Stabile dell’Umbria, del fatto che nella cultura occorre credere, per farla. “Guerra e Pace”: una efficace conferma dell’eternità del classico. A riprova di come, più che prefigurare scenari multimediali e futuribili, la ricetta sia sempre quella: impegno e bravura. Uno sforzo ciclopico. Una prova esemplare.

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