VISTI PER VOI Al Morlacchi “Un eschimese in Amazzonia” di Liv Ferracchiati

Raggiunte le ultime frontiere del teatro, fatte di uno straordinario mix tra classicismo e contemporaneità, con temi e problemi che agitano le sensibilità e i fenomeni sociali

Al Morlacchi, per la rassegna “Smanie di primavera”, è stato su per tre giorni “Un eschimese in Amazzonia” di Liv Ferracchiati. Raggiunte le ultime frontiere del teatro, fatte di uno straordinario mix tra classicismo e contemporaneità, con temi e problemi che agitano le sensibilità e i fenomeni sociali.

Di classico c’è un coro che agisce, reagisce e interagisce, assiste e commenta, interpreta il comune sentire della società massificata e nel contempo la contesta, ironizzando sulla totale spersonalizzazione, sul conformismo delle posizioni date per acquisite. È un mondo di adulti-bambini immaturi, spaesati di fronte a realtà impreviste e indigerite.

Di contemporaneo c’è la questione dell’identità di genere, realtà che non si può risolvere con un’alzata di spalle. Lo spettacolo è di e con Greta Cappelletti, Laura Dondi, Liv Ferracchiati, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli. Il protagonista-narratore (Liv) resta uguale a se stesso, mentre il coro subisce, nella parte finale, un’autentica metamorfosi anche visuale. Da magliette e calzoncini a seducenti figure che “parlano”, non cantano all’unisono la litania provocatoria della parte iniziale.

Con questa scrittura drammaturgica – peraltro vincitrice del Premio Scenario 2017 – la Ferracchiati si conferma come uno degli autori più ironici, intensi e versatili del mondo transgender. Lo spettacolo è tutto costruito sull’autoironia, con punte di affabulazione da cabaret. Cosa c’entra Lady Oscar, fumettone per bambini di ambigua sessualità? C’entra, tutto c’entra. C’entrano anche le canzoni di Vasco Rossi, in cui la vita spericolata diviene metafora di una rabbia incomprimibile che scompagina il perbenismo dominante. E ti fa sentire colpevole, inadeguato.

Lo spettacolo “cerca” il pubblico, fino a intavolare un dialogo intessuto di provocazione. Se “pro-vocare” significa “chiamare in causa/non lasciare indifferenti”. Insomma: invitare a esprimere un giudizio, di testa, di pancia e di cuore. E di sesso: perché questo è il punto. La sessualità come elemento fortemente simbolico, connesso all’identità avvertita come propria e dunque non censurabile con ragionamenti connessi a una presunta “naturalità” dai limiti invalicabili.

Ma cosa ci fa un eschimese in Amazzonia? Suda e si sente spaesato, come tanti che vivono una condizione di disperata tensione. Mi ha detto, prima dello spettacolo, il direttore Nino Marino, quasi per mettermi in guardia… amichevolmente: “Si tratta di uno spettacolo molto hard. Prepàrati!”. Scherzava, probabilmente. Di hard, in questo ultimo step della “Trilogia dell’identità”, c’è solo la durezza della società, la colpevole indifferenza che ci ottunde e ci nega. Perché nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori. Nessuno di noi può dirsi perfettamente innocente. Forse, fra tutti, l’unico innocente è Liv Ferracchiati, questo straordinario autore. Enigmatico e beffardo.

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