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“Il maestro e Margherita”, uno spettacolo così non si vedeva da tempo... la nuova produzione dello Stabile soddisfa tutti i palati

La stagione di prosa non poteva cominciare in maniera più brillante. Una produzione coraggiosa, di grande appeal, che porterà lustro alla gestione del nuovo direttore Nino Marino

“Il maestro e Margherita”: uno spettacolo così non si vedeva da tempo. Una produzione coraggiosa, di grande appeal, che porterà lustro alla gestione del nuovo direttore Nino Marino. Il quale dice: “Era un progetto lungamente accarezzato, che ha richiesto tempi di elaborazione e studio minuzioso per venire alla luce”.

La stagione di prosa non poteva cominciare in maniera più brillante. Lo spettacolo è stato giustamente chiamato “corale” e la definizione risulta perfetta. Perché la trasposizione teatrale di Letizia Russo è meditata ed efficace: si direbbe fatta su misura per gli interpreti. Che si tengono tutti nel ruolo. Senza far torto a nessuno, mi ha fortemente impressionato la versatilità di Francesco Rossini, capace di trasformazioni e interpretazioni di lusso.

“Bolo” – come, del resto, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Diego Sepe, Oskar Winiarski, Francesco Bonomo – passano da un personaggio all’altro senza spiazzare lo spettatore (anche quello meno smaliziato) che è spesso portato a legare “quella” faccia a “quel” personaggio. Qui, invece, ci si trova di fronte a figure sempre nuove e credibili che ci fanno rimuovere l’immagine precedente e favoriscono l’incontro col nuovo personaggio.

Tutto gira incredibilmente. Lo dice chi ha voluto vedere la performance della primissima serata, quasi un test col pubblico. Mi aspettavo qualche sbavatura, invece niente. Tutto quel via vai di aperture e chiusure di sportelli (metaforiche entrate e uscite di scena dal palcoscenico della vita), quei telefoni protesi, quel dinamismo ininterrotto avrebbero ampiamente giustificato  un’incertezza, un’esitazione, un rallentamento nel cambio abito... Invece tutto fila in perfetto sincronismo e la scenografia è semplicemente strepitosa, come pure i costumi, unici e ricercati. Le soluzioni sono tutte originali e funzionali alla narrazione.

Anche quegli aspetti che ordinariamente vengono tenuti sotto traccia, come il commento musicale e le sonorizzazioni, urlano prestigio e identità. Rimossa, soprattutto, la preoccupazione circa la complessità e la sovrapposizione dei piani narrativi. Il racconto si dipana con sviluppo lineare, senza strappi o incertezze. Le tre storie, insomma, “girano”.

Ma, siccome un neo occorre pur trovarlo, diremo che lo spettacolo è un po’ lungo. Intendiamoci: non tanto da ingenerare tedio o stanchezza, perché tiene desti con imprevedibili snodi e fluidi passaggi. Una parola sui “protagonisti”, ammesso che ci siano. Il diavolo di Riondino è come doveva essere: di una mefistofelica, ma ordinaria quotidianità. Né più né meno dei tanti “diavoli” che scorgiamo intorno a noi o che ci portiano dentro.

La Margherita della Rosellini è perfetta e straniante: la scena dell’altalena, con quella palla da discoteca che rifà il verso alle falsità dell’esistenza, è da oscar. Uno spettacolo che, come tutti i grandi libri, andrebbe riletto più volte e a distanza di tempo. 

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