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Sold out per la conferenza di Bartoli Langeli sulla scrittura di Dante. Ma il Ghibellin Fuggiasco ha vergata di suo pugno o no la sua Commedia

Al Manu esposta la tesi provocatoria e interessante. Anche perché forse nessuno, nel copioso uditorio, si era posto il problema

Sold out al Manu per la conferenza di Bartoli Langeli sulla scrittura di Dante. Ma il Ghibellin Fuggiasco ha “scritto” o no la sua Commedia? Per meglio dire: l’ha vergata di suo pugno? Certo che no! La triade Dante-Petrarca-Boccaccio per dire qualcosa sul rapporto tra letteratura e scrittura. Petrarca copista di se stesso, in autografo del Canzoniere e non solo. Anche se valendosi di un “adiutor in scribendo”, ossia di un segretario scrivano (nel manoscritto Vaticano 3195). Insomma, uno abituato anche a creare sulla carta. Con ripensamenti e cancellature… d’autore. Stesso discorso per Boccaccio che copiò non solo la Commedia ma fu addirittura copista di se stesso quando, ormai in età, pensò di proporre la versione definitiva del suo Decameron (invero pasticciando un po’).

Il conferenziere si sofferma, con dovizia di esempi, sulla scrittura cancelleresca minuscola. E poi afferma, senza ombra di dubbio, che della Commedia non esiste “exemplar deperditum” dantesco. Peraltro anche l’iconografia (per quel che può valere) ci mostra Petrarca e Boccaccio chini sullo scriptorium, mentre non c’è icona dantesca che lo rappresenti in tal guisa. Se non in piedi, accigliato, nasuto e risentito. Di certo, Alighieri pensò e schematizzò mentalmente la Commedia ben prima dell’esilio. Ma poi ebbe a scriverla declamandola a memoria. E ci fu chi si prese la briga di scriverla. Di certo, la versione ufficiale fa capo al 1325, al rientro a Firenze dei figli Pietro e Jacopo, che ne redassero la versione autentica e definitiva. Mettendo insieme ‘disiecta membra’ e versioni ampiamente diffuse, memorizzate, commentate.

Poi c’è tanta aneddotica, anche figlia del Dante di Boccaccio, che vuole i 13 canti mancanti del Paradiso nascosti, e ritrovati dopo un sogno rivelatore, in un’intercapedine della casa saccheggiata, sfuggiti a mani sacrileghe. Come sia – questa la tesi argomentatamente sostenuta da Bartoli Langeli – Dante non scrisse un rigo. Forse qualche appunto o scaletta. Ma poi si abbandonò: non diciamo all’improvvisazione, ma all’arte del dire appassionato. Elocutio, pura elocutio. Una tesi provocatoria e interessante. Anche perché forse nessuno, nel copioso uditorio, si era posto il problema. L’Inviato Cittadino per primo. Contentandosi del prodotto, più che del procedimento.

Tante le domande del pubblico e sinceri i ringraziamenti dell’assessore Leonardo Varasano e del professor Carlo Pulsoni che coordina le iniziative del settimo centenario. Una conferenza che ha confermato non solo il sapere, ma il sapore delle doti di grande affabulatore di Attilio Bartoli Langeli. Che, come il buon vino, migliora con l’età. Ed è la dimostrazione vivente di come cultura vera sia quella che non annoia, ma fa portare a casa buona moneta. Di cultura, s’intende!

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