LA RUBRICA Il teatro visto per voi: "D'inverno in città", performance al Cut di Roberto Ruggieri

In scena fino al 6 novembre al Cut di piazza del Drago: una grande lezione di drammaturgia, potente e persuasa

Una grande lezione di drammaturgia potente e persuasa, quella offerta dallo spettacolo “D’inverno in città”. L’hanno scritto e messo in scena i giovani attori del Cut di Roberto Ruggieri, indomabile Maestro sulla breccia da 46 anni, a formare generazioni di talenti, ormai di casa sui palcoscenici nazionali.

Non un saggio, né una dimensione consumistica di laboratorio, banalmente inteso come spettacolificio. Ma “un contributo al rinnovamento teatrale, volto a salvaguardare il processo di accensione poetica della creazione, in contrapposizione al professionismo autoreferenziale e di consumo, avulso dalla vita reale”, dice Ruggieri.

Parole pesanti, che la dicono lunga sul percorso accidentato e irrituale che il Maestro, conosciuto e apprezzato all’estero, ha deciso di seguire nel suo itinerario artistico, orgoglioso ed appartato, senza compromessi e cedimenti al gusto corrivo della banalità in cui si crogiolano i “bei nomi”. Definirlo scomodo è poco, perché Ruggieri è scomodo… soprattutto a se stesso. O, per meglio dire, ai suoi interessi relazionali e monetari. Ma tant’è!

Di certo, la compagine di 11 ragazze e 3 uomini sanno calarsi, raccontare – e dunque vivere – nella dimensione del reale. Con l’occhio, l’orecchio, l’intelligenza e il cuore volti agli accadimenti che ci toccano. È per questo che il processo creativo non può prescindere dal riferimento al terremoto. Anche se si comprende che i veri cedimenti, per loro, sono quelli delle coscienze. Perciò non hanno remore a rinfacciarci la banalità delle convenzioni, scritte ugualmente per individui diversi. Senza rispetto della diversità, senza le sfumature del grigio, a beneficio di chi rifiuti le presunte certezze del bianco e del nero. Dunque, uno spettacolo tetro o barboso? Per niente: realmente divertente. Se “disvertere” significa volgersi in una certa direzione, magari “divergente”.

Su input di Ruggieri, gli attori ci rendono testimoni partecipi del processo creativo, contestuale alla performance, non bell’e pronto e scodellato in una forma congelata. Insomma: si mescolano e si sovrappongono autore e attore, secondo le sensibilità, in una prospettiva di autentico laboratorio, per uno spettacolo che si forma e diviene, qui e adesso.

Roberto ha inventato, e teorizzato, il metodo che definisce “psiconautico”, una navigazione della coscienza e della mente che squaderna e fa intimamente condividere le pulsioni del cuore. E fa pure arrabbiare, se del caso, ma non lascia mai indifferente. I contenuti? “Domani sera potrebbero essere diversi: ogni spettacolo è una rivelazione, anche per me”, sostiene Ruggieri.

Il pubblico ha dunque assistito, rapito, allo psicodramma di attori che si sono confessati sul teatro, sugli eterni temi della vita e della morte, sul sesso, sulla condizione femminile, sulle regole e sulla necessità di violarle, sul dovere civile della disobbedienza.

Fino al pianto di Emanuela Filippelli (testimone vivente del metodo psiconautico), che si allontana, sorretta da Ruggieri, in un pianto che non è solo suo. Ma è anche per quelli che non hanno più lacrime.

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La performance del Cut dà forza alla battuta che dice come il teatro sia una di quelle cose che non servono a nulla, eppure sono assolutamente indispensabili. Almeno per chi intenda l’avventura esistenziale come una forma di conoscenza e d’impegno.

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