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Al PostMod incontro con Pippo Mezzapesa, autore applauditissimo a Venezia con "Il bene mio"

La dinamica compagine di giovani gestori ha le idee chiare: non basta proporre il film, ma occorre propiziare un dialogo con gli autori.

Non solo film, ma incontri, animazione, cultura al PostMod del Carmine. La dinamica compagine di giovani gestori ha le idee chiare: non basta proporre il film, ma occorre propiziare un dialogo con gli autori. Rientra in questa filosofia l’incontro di giovedì 11 ottobre con Pippo Mezzapesa, uno dei più interessanti registi della generazione under 40.

Il film maker di Bitonto – dopo i successi di “Il paese delle spose infelici” (2011), SettanTA (2013, vincitore del nastro d’argento per il miglior cortometraggio) – propone “Il bene mio”, già presentato alle Giornate degli autori di Venezia.

L’incontro con il pubblico perugino è risultato vivo e stimolante. Il plot racconta la storia di Elia (interpretato da uno splendido Sergio Rubini), l’unico abitante che, dopo il terremoto in cui è morta anche sua moglie, si ostina a vivere nel paesino di Provvidenza. Tutti gli altri abitanti si sono trasferiti nel paese nuovo e gli fanno pressione perché anche lui si allontani. Ma Elia vuole rimanere lì, a cullare ricordi, a testimoniare identità.

Il film è intriso di riferimenti, neanche troppo nascosti, alla cultura del sud: il paesino si chiama Provvidenza, come la barca naufragata de “I Malavoglia”; il guidatore del pullman è tal Gesualdo, altro nome del verismo verghiano. Tinta di antropologia meridionale è l’ostinazione con cui il protagonista non cede al compromesso di scendere al nuovo paese, rinunciando alla seduzione della memoria.

Il critico Simone Rossi ha coordinato e disciplinato gli interventi. Che hanno ruotato intorno al protagonista, vigile e ostinato custode della memoria individuale e collettiva. Mezzapesa ha riferito divertenti aneddoti legati alla lunga e laboriosa realizzazione del film. Soprattutto ha raccontato della toccante anteprima ad Amatrice, che ha vissuto vicende analoghe a quelle narrate nel film: il paesino location del film è realmente abbandonato e terremotato. La riscoperta della dimensione di comunità, troppo spesso naufragata nell’individualismo dei nostri tempi. Qualche pennellata di umorismo dimostra come il sorriso non sia che l’esasperata declinazione del tragico.

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