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Presentato al Post Mod di Perugia il primo film interamente girato in modalità “selfie”

Incontro col regista Agostino Ferrente, intervistato da Simone Rossi

Presentato, al Post Mod, il primo film interamente girato in modalità “selfie”. Successivo, interessantissimo e coinvolgente incontro col regista, Agostino Ferrente, intervistato da Simone Rossi.

Un film “sponsorizzato” da Amnesty, in ragione della sensibilità verso il tema dei diritti umani violati.

L’opera, "Selfie" il titolo, presentata con successo all’ultima Berlinale, tratta di povertà ed emarginazione in un quartiere napoletano. Toccando temi come razzismo e predestinazione negativa di tanti giovani che non ce la faranno a uscire dal tunnel.

Il “video-selfie” è girato da Alessandro e Pietro: due ragazzi di 16 anni (residenti nel Rione Traiano di Napoli) che hanno accettato la proposta di riprendersi con lo smartphone per raccontare il loro quotidiano. Parlando dell’amicizia che li lega, ma soprattutto descrivendo il quartiere dove vivono e riferendo la tragedia di Davide, un giovane morto ammazzato, nel 2014, a causa di uno scambio di persona.

Dunque una full immersion nella realtà, senza edulcorati infingimenti.

“Compito del regista – spiega Ferrente – è quello di far conoscere i problemi, non di risolverli”. Non un modo per tirarsi fuori, ma per un’esegesi realistica ed esemplare delle condizioni di parte del Paese.

“La tecnica di ripresa nobilita l’atto del selfie, corrivo e banale, portandolo a dignità e conferendogli lo statuto di codice espressivo”, osserva l’inviato Cittadino, letteralmente affascinato dal film. Musica per le orecchie di Ferrente, che si dimostra autore sensibilissimo, attento ai fenomeni sociologici e alla dimensione antropologica della sua Napoli. Fino a dire: “Provengo da quell’ambiente. Io sto con loro”.

La cronaca si fa storia, la fiction viene superata dalla forza del reale. Portando alla memoria un episodio di tre anni fa, quando Davide, un ragazzo di sedici anni, muore colpito durante un inseguimento dal carabiniere che lo ha scambiato per un latitante. Davide era un ragazzo perbene e aveva lasciato la scuola, spinto dal sogno di diventare calciatore. Tutto questo nel miserabile rione dove vivono anche i sedicenni Alessandro e Pietro, autori/attori di quel mondo. Condannati all’irrilevanza, malgrado la scelta, consapevole e onerosa, di non diventare camorristi.

I ragazzi sono vittime di un mondo in cui la criminalità non appare una scelta, ma un destino avverso, già scritto e quasi ineluttabile.

Ferrente restituisce al termine “politico” il significato civile e morale che gli compete. A riprova del fatto che si può fare cinema di vaglia a basso costo, ma con ricchezza di spunti. Tutto questo fa di “Selfie” un film da non perdere.

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