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Panorama d'Italia, piccolo non è bello: "Solo il digitale può rilanciare l’industria Umbra"

In generale, l’Umbria non brilla per start-up: anzi. Ne registra poco più di 80, un dato che colloca la regione al 17esimo posto, il terzultimo, tra le regioni italiane

“No, inutile minimizzare, le cose non vanno bene, siamo la Regione con il minore incremento del Pil”: Ernesto Cesaretti, presidente di Confindustria Perugia, apre con accenti preoccupati la tavola rotonda “L’Italia riparte da Perugia” che nel salone dell’Istituto di Formazione Culturale Sant’Anna suona più come un’ intonazione augurale per il futuro che il valore di una sintesi dell’esistente. “Andiamo male anche perché le nostre imprese sono piccole, per oltre il 90% le nostre associate hanno 10 dipendenti. Prima della crisi, queste dimensioni potevano risultare accettabili ora non più. E in più remano contro le difficoltà logistiche: collegamenti scomodi, aeroporto poco servito…Da parte nostra le imprese devono innovare di più: puntiamo a triplicare il numero dei brevetti depositati”.

“L’industria umbra sarebbe pronta a ripartire, ma va aiutata dalle istituzioni”, sintetizza Andrea Bollino, docente di Microeconomia all’Università Statale. “Aprirsi al mondo, esportare, innovare”, è la ricetta vincente secondo Maria Cristina Farioli, direttore marketing e comunicazione di Ibm Italia, anche per le imprese umbre, come conferma il caso di un colosso come Colacem, pur duramente colpito dal crollo verticale del consumo in Italia del cemento, tornato ai livelli del 1960: “La crisi italiana è stata variegata”, dice Carlo Colaiacovo, “ci sono settori che soffrono di più e altri di meno. La macchina produttiva delle costruzioni si è fermata. Su una capacità produttiva di 48 milioni di tonnellate se ne vendono 18, vuol dire che un impianto su due sarebbe da chiudere. Noi abbiamo 7 fabbriche in Italia, un po’ ovunque, nuovissime: è come se avessimo tante belle Ferrari che non riescono a viaggiare se non in prima. Abbiamo dovuto inventarci le esportazioni nel bacino del Mediterraneo, dai tre porti di Gallipoli, Gaeta e Pozzallo partono tre navi alla settimana verso il Maghreb. C’è qualche opportunità, come il Brennero, ma poca roba in Italia. Bilanciamo il business crollato in patria con il lavoro in Africa, in Canada o nei Caraini o Spagna e Albania”.

Per il Rettore dell’Università per stranieri Giovanni Paciullo la crisi deve indurre un’evoluzione, una modifica dell’agenda accademica. Mentre l’assessore comunale al marketing territoriale Michele Fioroni è necessario tornare alla politica industriale, come in fondo farà l’Enel iniziando proprio da Perugia a cablare in banda larghissima l’Italia. Infine Bollino è tornato sul tema dei collegamenti invocando una fermata dell’alta velocità a Bettolle Valdichiana  e un raccordo con la linea ferroviaria Terentola-Perugia, appena 12 chilometri per abbattere le percorrenze…

Le distanze sono solo virtuali nel mondo digitale, invece, e di start-up digitali si è molto parlato nella seconda tavola rotonda di stamattina: “Start up: innovare e rinnovarsi”. Mattia Mattia Dall'Orto e Filippo Carletti, promotori di Leaf – una start-up agricola, hanno vinto questa tappa del consorso "90 secondi per spiccare il volo". L’idea vincente, ma anche ben raccontata, è stata quella di sviluppare ed introdurre nuovi sistemi di gestione innovativa della vitivinicoltura, percorrendo la strada del miglioramento dell'efficienza ambientale ed economica dell'impresa.

Di agricoltura si occupa anche Terre di Grifonetto, una delle tre start-up presentate alla tavola rotonda. Fondata da Francesca Cassano, opera nella produzione e nella commercializzazione dell'olio. "Nel nostro caso, poi, innovazione non è soltanto tecnologia, bensì spazia anche in altri contesti, dall'immagine alle relazioni, oltre ovviamente all'acquisto di macchinari per la coltivazione e la produzione”.

"La strategia di Terre di Grifonetto – argomenta Giuseppe Ravasi, manager of cloud ecosystem development in IBM Italia - rientra perfettamente nel nostro modo di sostenere l'imprenditorialità 'di frontiera', anche in un settore come quello agricolo, dove la nostra offerta di piattaforme analitiche e di cognitive e predictive computing può dare un contributo essenziale ad accrescere l'efficienza del business".

In generale, l’Umbria non brilla per start-up: anzi. Ne registra poco più di 80, un dato che colloca la regione al 17esimo posto, il terzultimo, tra le regioni italiane. Se però si osserva il dato rapportato al numero di abitanti, precisa Ravasi, l’Umbria sale a metà classifica. Colpa anche della presenza di un unico incubatore. Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, conferma l’importanza di incubatori e sostegni finanziari pubblici e privati per la nascita deelle start-up: "Si pensa erroneamente che la Silicon Valley sia un fenomeno spontaneo, al contratio è nato principalmente per iniziativa dello Stato, che ha fortemente investito per lo sviluppo di quel territorio che più di altri aveva una tradizione hi-tech. Lo stesso può dirsi per il Cile, il Paese con la più alta densità di start-up nel mondo rispetto agli abitanti, il cui governo ha creduto nell'importanza delle imprese innovative e ha dirottato lì molti investimenti".

E l'Italia? "L'Italia è agli ultimi posti in Europa e nel mondo per quanto riguarda l'innovazione delle imprese. Per via di ragioni strutturali del nostro sistema economico e finanziario. Noi abbiamo voluto scardinare questo stato di cose con la nostra iniziativa Smart&Start, progetto nato nel 2013 proprio per creare una leva di finanziamento alle nuove imprese che prima non c'era. Ci sono arrivate 2.422 proposte di start-up, di queste ne abbiamo finanziate 674 (soltanto 3 in Umbria), abbiamo attivato investimenti per 201 milioni di euro e creato un lavoro diretto per 3.020 italiani con un indotto di circa 10 volte più ampio".

Un caso di start-up ante litteram è quello dell'Università Telematica Pegaso, nata 10 anni fa e oggi forte dei suoi oltre 30 mila studenti in tutta Italia. A raccontarlo via Skype, Danilo Iervolino, il suo fondatore e presidente. Che ha esortato i giovani a non aver paura né del successo né dell’insuccesso, le due grandi paure sbagliate dell’Italia: “Noi crediamo talmente nelle potenzialità delle start-up da aver creato, con la nostra ultima iniziativa, quella di assumere la guida dell’Universitas Mercatorum fondata dieci anni fa dall’Unioncamere che rimane socio autorevolissimo, la prima prima start-up university".

Fernando Napolitano, presidente e Ceo IB&II (Italian Business & Investment Initiative) interviene da New York: "L'obiettivo, in questa fase del nostro lavoro è accreditare l'Italia come territorio fertile per gli investimenti nell'imprenditorialità innovativa e di creare connessioni tra l'Italia e gli Stati Uniti".

Infine altre due bellissime storie di start-up: Nomastar e Umbria Aerospace Systems. La prima, fondata da Lorenzo Lispi, si chiama Nomastar e produce vetrine espositive refrigerate che coniugano innovazione, design e alta qualità dei materiali e delle rifiniture ha avuto una formazione scolastica "traduzionale". Abbiamo dovuto battere vari mostri: “Il primo è stato la burocrazia ora il mercato. Ma ce la stiamo facendo, al di fuori del sistema della grandi aziende”. Infine Gianpiero Scrascia, di Umbria Aerospace Systems, impresa nel settore dei componenti per aeroplani ormai avviata: "Vendiamo l'85 per cento dei nostri prodotti all'estero e, dai 5 dipendenti iniziali, ne contiamo oggi oltre 40. La nostra forza è 'fare bene cose nuove'”. Affermando sui mercati esteri la qualità e la competenza delle soluzioni tecnologiche innovative di cui dispone come di un patrimonio ereditario – ereditato, cioè da soci – la nuova società.

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