le segrete trame

Le segrete trame di Monia Romanelli

La ricerca di senso porta la pittura di Monia Romanelli verso sfide ardue, forse impossibili, per mostrare a se stessa e al mondo la pienezza di un percorso orientato alla scoperta dell’anima. Mistero sublime da opporre allo sterile pragmatismo, vivere la speranza di una vita ricca e proiettata all’esterno, ma costantemente rivolta all’ascolto dell’emotività interiore.

Monia Romanelli dipinge l’utopia di una pittura che cerca l’immaterialità; flussi emotivi rivolti alla poesia di un colore casto e silenzioso, giocato quasi timorosamente fra le tenui gradazioni del bianco, senza troppo eccedere nei meandri della scala cromatica. L’anima diviene ossessione per una ricerca fin troppo ambiziosa: mutare la materia in emozione; trovare nel segno pittorico il paradosso dell’annullamento, al fine di giungere alla purezza immateriale.

Un percorso in costante e repentino cambiamento, iniziato con l’attenzione – tutta femminile – per le forme e i colori dei fiori, ma presto evoluto verso moderne soluzioni di figurazioni sintetizzate, dove paesaggi metropolitani delineano alternanze architettoniche, profetizzando il futuro della pittrice. La mostra Segrete trame, allestita presso lo Spazio 121 di Pippo Cosenza, mette in evidenza questo percorso, giunto adesso al definitivo abbandono del rimando figurativo. Le forme sintetizzano così il messaggio di Romanelli. Nei recenti “mosaici” l’alternanza minimalista degli elementi ortogonali contrasta con la spontaneità interna dei riquadri, dove la cifra stilistica conserva il gioco materico di spessori, attuando quella contrapposizione in termini che vede l’uomo in costante equilibrio fra volontà e possibilità. La rigidità della struttura di fondo stride con lo spontaneismo cromatico interno, esaltando la tensione umana nella costante battaglia fra materia e spirito.

L’artista è utopico per natura, ma ancor più lo è quando pretende di raggiungere il limite della comprensione esistenziale. Così Romanelli nelle “esplosioni” dove concretizza flussi d’energia cosmica ricorrendo alla formula del punto di fuga centrale, da esso diparte un’irradiazione accecante la cui prima allusione rimanda all’astro celeste, spingendo poi l’osservatore verso misteri più profondi: dalla nascita dell’universo all’esplosione della vita; fin’anche alla similitudine con l’ostensorio, quasi a voler inconsciamente richiamare la presenza divina. Ma anche qui gioca il rischio assunto da Romanelli, caparbiamente convinta di giungere alla visualizzazione delle dinamiche esistenziali. È in questo momento che la pittura si arresta, cedendo il passo all’utopia artistica. Non si tratta più di pensare alla correttezza dello stile, ne discutere sull’opportunità del linguaggio. Inconsciamente la pittrice spinge gli astanti verso la sfida tutta interiore a sé. Mette in difficoltà il critico, spiazzato dalla tentazione del disappunto per una pittura troppo soggiogata a stilemi sorpassati, poiché la problematica del linguaggio artistico soccombe alla più alta necessità di colui che alla pittura chiede di più.

Romanelli interroga la tecnica, rinchiudendosi nella “stanza dell’arte”, che è uno spazio intimo e simbolico ricavato fra le pieghe della propria anima, ma stranamente reale, quando entrando nella sua abitazione si accede allo studio. Piccolissimo e ingombro di una quantità sproporzionata di quadri, cella di meditazione e lavoro, spazio sacro da cui la pittrice osserva il mondo. Paradosso di un atteggiamento estremo, poiché rinchiudendosi nel minimo spazio possibile Monia abbraccia la più ampia area a disposizione: quella dell’anima. Trova le “segrete trame” di un discorso portato avanti con passione ossessiva; tesse le dinamiche del proprio Io riferendole all’esterno. Non c’è più limite nel fare pittorico e quest’utopia la accomuna, infine, alla grande arte.

Ma il percorso non può dirsi concluso, tantomeno ora che con tale mostra Romanelli presenta opere inedite. Si può invece dire che il cammino sta entrando nel vivo; sta iniziando a capire la strada da percorrere, intuire la direzione. Così il pittore principia quel processo di emancipazione dalla materia, addentrandosi negli sconfinati territori dell’arte, dove nulla è semplicemente ciò che appare. Il rischio è sempre lo stesso: perdersi. Eppure, una volta rotto il velo dell’ovvietà, la tentazione della scoperta è più forte di qualsiasi pericolo, così possiamo immaginare l’itinerario di Monia Romanelli, attendere le sorprese di nuove scoperte e vedere se davvero dalla bidimensionalità del quadro saprà aprire quella porta misteriosa che conduce verso i luoghi dell’anima.

Andrea Baffoni, Perugia, ottobre 2014

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