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VISTI PER VOI - "La musica è pericolosa", Nicola Piovani entusiasma il Morlacchi

Nicola Piovani entusiasma il pubblico del Morlacchi con l’autobiografia artistica “La musica è pericolosa”. E spiega anche il perché di questa “pericolosità”

Nicola Piovani entusiasma il pubblico del Morlacchi con l’autobiografia artistica “La musica è pericolosa”. E spiega anche il perché di questa supposta “pericolosità”. Il concetto è di Fellini e il musicista lo ha perfettamente condiviso, in termini logici ed emotivi. Non intendo spiegarlo qui: andate a vedere lo spettacolo; vi assicuro che non rimpiangerete il costo del biglietto.

Il racconto di Piovani parte da quando, bambino, frequentava la scuola delle suorine e le osservava tirare le corde delle campane che emettevano le note mi-fa-sol. Sequenze e memorie recuperate in un disco con De Andrè.

Il compositore è accompagnato da un manipolo di polistrumentisti che lo seguono con sguardo adorante e diligente competenza. Si chiamano Marina Cesari (sax e clarinetto), Pasquale Filastò (violoncello e chitarra), Ivan Gambini (batteria, percussioni, vibrafono), Marco Loddo (contrabbasso), Rossano Baldini (tastiere e fisa).

Gli step di questo affascinante viaggio sul pentagramma sono altrettante affabulazioni che mettono in campo personaggi del milieu musicale, teatrale, cinematografico.

Si comincia con Fellini, con cui “si sa quando cominci e non sai mai quando finisci”, dice Piovani. Che rendiconta le tappe della scelta musicale de “L’Intervista”, punteggiando il racconto con i tipici tic felliniani e i suoi attacchi: “Non ti dispiace se…”. Fino alla scelta di un autoriciclaggio, forse inelegante ma, dice Federico, “a noi cosa importa di essere eleganti?”.

Poi, addirittura, variazioni di autori classici e la storia di Ulisse e di Orfeo. Conditi con sapori e saperi di carattere mitologico-letterario, che denotano il possesso di una vasta e generosa cultura. Per ogni passo un racconto, calmo e suadente. Alla sua maniera: sapiente e intrisa di ironia.

Non poteva mancare la diegesi della collaborazione con Benigni fino a rivelare un retroscena nella versificazione di “Quanto t’ho amato”, scritta col Benignaccio insieme a Vincenzo Cerami. Quei due versi finali (che rivendica come propri) “nell’amor le parole non contano, conta la musica…” sono il trionfo del linguaggio universale delle note.

Tanti i passaggi poetici: l’esaltazione al suono della banda percepita, da bambino, in lontananza. E tutto torna nel percorso compositivo, ricco di memorie e suggestioni.

Bello l’aneddoto di Mastroianni, persuaso a tornare in sala per registrare “Caminito”, a causa del nastro ammalorato. Le immagini del grande Marcello, in varie età anagrafiche, ce lo restituiscono bello e umanissimo.

Il pubblico non lo lascia andar via. E Piovani, con i suoi musicisti, tutti bravi e dazionali, continua il suo discorso che non è un bis. Ma molto di più.

Impegno culturale e politico quello di Piovani. Che riflette sull’eternità del messaggio dell’arte cui profetizza un grande futuro, provenendo da un grande passato. “Sono felice di aver proposto musica ‘dal vivo’, anche se non so come indicare il suo contrario”, dice. E smentisce la supponenza per cui “ciò che non passa in televisione non esiste”, platealmente smentito dal pubblico in carne e ossa che applaude convintamente.

Lo stesso pubblico che non si è accorto di aver vissuto quelle due ore come le più veloci, e insieme le più intense, della propria vita.

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