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"L'estate fredda. Poesie d'amore": l'ultima opera poetica di Antonio Carlo Ponti

Il poeta raccoglie in una plaquette “strettamente privata e fuori commercio”, da far circolare tra familiari e amici, 35 “poesie d’amore” per la consorte Nerina ad un anno dalla scomparsa

Con il titolo L’estate fredda, ricavato dai versi conclusivi del componimento pascoliano Novembre (“… È l’estate / fredda, dei morti”), Antonio Carlo Ponti raccoglie in una plaquette “strettamente privata e fuori commercio”, da far circolare tra familiari e amici, 35 “poesie d’amore” per la consorte Nerina ad un anno dalla scomparsa (20/1/2020) e vi appone per la stampa la sigla editoriale del nonno materno, Giuseppe Crescimbeni (1866-1921), allievo all’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, nonché editore in Bevagna negli anni Novanta dell’Ottocento, essendogli di conforto, come scrive nella dedica, immaginarlo compartecipe dell’iniziativa commemorativa. 

In altro modo però, per ricordare la compagna di una vita e come per continuare ad averla costantemente accanto a sé, Carlo senza peraltro attendere il primo anniversario, aveva subito ideato e organizzato un premio annuale per un libro sulla scuola a lei intitolato e assegnato in una manifestazione pubblica al Teatro “Torti” di Bevagna (il 22 agosto 2020) ad Ernesto Galli della Loggia, autore del volume L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola. Nel frattempo si
era pure adoperato a predisporre una pubblicazione Per Nerina (edita da Il Formichiere e presentata a Bevagna il 18 luglio 2020), dove sono confluite numerose testimonianze, unanimemente concordi nel riconoscerle qualità umane e professionali che la accreditavano come autorevole figura di riferimento nell’attività espletata da insegnante, da rappresentante sindacale (nella Cisl-Scuola, con incarichi regionali e nazionali) e nella pubblica amministrazione, da assessore provinciale.

L’intenso, febbrile e quasi stordente lavorio in cui si immerge il coniuge non riesce comunque a sopire il dolore della perdita che anzi in privato torna ancor più a mordere “ne le giornate stanche / nei pomeriggi pieni di nebbia / di rabbia / mentre mi divoro di lavoro / una febbre / vorrei sdimenticarmi / sradicarmi / in un’accidia che non è in me”. Da “operaio al desco di scrittura” (come si qualifica) anche in questa circostanza, ricercando nella collaudata pratica poetica un farmaco (sia pure con effetto placebo) da assumere in dosi quotidiane, incanala e modula il proprio tormento interiore in versi composti per lo più nei mesi di luglio-agosto, nell’estate appunto resa “fredda” dal vuoto dell’assenza. Sofferta soprattutto quando “il grande silenzio / nella casa vuota / certe sere / ha boati d’artiglieria / singhiozzi di annegamenti / gemiti di condannato”, con una variante tuttavia indicativa di uno stato d’animo insistente e continuo: “mentre nella casa il vuoto / e il silenzio fragoroso mi atterriscono un po’ / e un po’ di pianto mi invade gli occhi miopi / che non ti vedranno più … se non nel ricordo / e in effige …”. 

Smarrito dunque come “nave senza nocchiero in gran tempesta”, per aver perso “la costellazione / la bussola sicura”, “il Nord e il Sud” della propria esistenza, gli “tocca abitare vivere / qui in vastità di stanze / dai libri stipate / da carte minacciose / quadri e sculture pazienti”. Eppure quella amata presenza è sempre lì incorporata e mai potrà dissolversi: “qui ci abiti ancora / questa è la tua casa / da te inventata / il vuoto è pieno il pieno è vuoto / venti freddi lucide albe / mi tocca vivere / solo / ma tu sei qui / amore / dove te ne scappi?”. A volte e in parte viene lenito il morso acuto della solitudine “mansueta / un po’ bastarda / con la sera che arriva / cinica arrogante”, nel rivederla “in cucina / ombra sui fornelli / e sembra un po’ bastarmi” o intrattenendo con lei un colloquio intimo e incessante per sentirla così “qui vicino / vicino / vicina / assidua nelle sere / protesa in un gesto / affabile / tenero / in un sorriso / di miele / caldo come una coperta di lana / un po’ sgualcita / vera”. Di lei “larga di cuore / sorridente farfalla / mistica aurora / bussola e faro”, la memoria filtrata dal sentimento d’amore consolidato negli anni e non disgiunto da un sottile rammarico per non averlo sempre palesato in modo adeguato, restituisce un’immagine di “grazia innata”, “fiorita di virtù / numeri e doti / da un patrimonio / genetico di gente / mite e fin troppo onesta / gente ortolana / moderna / viva / tra verzure fiorite / e pingui pergolati” e il ricordo “tenace” si sofferma su momenti anche minimi di vita condivisa, “finanche nelle cose / di nessun conto / di nessun valore / un braccialetto di coralli finti / una conchiglia puntuta / un fermaglio per capelli / di plastica nerofumo / tutto e altre / quisquilie / in una scatola per biscotti inglese / chi lo sa come capitata / nel guazzabuglio del cuore”. 

A partecipare di quel vuoto e ad inserirsi nel colloquio ininterrotto c’è ora Cannella, la gattina che, donata dal nipotino Pietro al nonno per farlo sentire meno solo, si accoccola, mentre lui digita al computer, tra la tastiera e il monitor, “mucchietto morbido e tenero di pelo / grigio/ e bianco”. Anche lei, facendo le fusa, s’intrufola nei versi che, annotati come pensieri del giorno, non si sottraggono del tutto alla cifra distintiva della sua poesia, generalmente intessuta di citazionismo (“la morte si sconta / Vivendo / la vita si sconta / Morendo”) di elencazioni (“Solitudine / Melensa / Intensa / Immensa …”) e di innesti allotri, stilemi almeno qui presenti in misura ridotta, non solo come residuali tentazioni di virtuosismo letterario, quanto piuttosto per schermare e tenere a freno l’eccesso di un sentimento a rischio di incontrollata espansione.

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