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L'Umbria vista da tre personaggi di primo piano, adottati e innamorati della nostra terra

Isola del Libro di Italo Marri, Lido di Passignano sul Trasimeno, Cafè Letterario. L’Umbria vista – in una prospettiva non ordinaria – attraverso lo sguardo (innamorato) di tre non-umbri. Il primo è Mino Lorusso, giornalista-scrittore di lungo corso e di vastissimi interessi: dalla politica, all’arte, alla letteratura. È autore del bel volume, edito da Rusconi, “Il saio e la lince. Viaggio sentimentale nelle Umbrie dei miti”. Il secondo è il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Perugia, Fausto Cardella, siciliano e inesausto lettore, con una presenza, affettuosa e rigorosa, nella terra di Francesco. Terzo: il magnifico rettore di  Palazzo Gallenga, Giovanni Paciullo, che è nato a Francavilla Fontana, ma percorre le strade della Vetusta fin dai tempi degli studi giovanili.

“Il libro nasce come tributo di riconoscenza all’Umbria – esordisce Lorusso – e dalle conversazioni tenute con Dario Antiseri”, del quale si premette al volume un saggio denso e raffinato. Una parola sul titolo, certamente spiazzante, ma che dice tutto. Il saio è quello del francescanesimo, connotazione irrinunciabile (ma c’è anche il religioso-laico e rivoluzionario-nonviolento Aldo Capitini). La lince è riferimento all’Accademia dei Lincei e a Federico Cesi, amico di Galilei, che effettuò uno dei suoi esperimenti al Lago di Piediluco. Il sottotitolo spiega subito il taglio del volume, teso a demistificare miti abusati (e stucchevoli), come quello, pur vero, dell’aggettivo “verde”: errore monocromatico, tra astigmatismo e daltonismo. Insomma: una visione scontata, al limite del banale.

Numerosi i personaggi: Annibale Barca e Gino Bartali, Sigmund Freud e la strega Matteuccia da Ripabianca, Federico II, Guido Pompilj e Galilei. Il libro è una miniera di spigolature e letture irrituali, con la proposta di itinerari di ricerca nuovi e promettenti. Tanto da indurre Paciullo a dichiararsi interessato dalla prospettiva storico letteraria che induce a leggere sotto nuova luce una realtà le cui prospettive si credevano definitivamente acquisite. Cardella, oltre a complimentarsi con l’autore, fa la propria professione di lettore. “Mi piacciono i libri che abbiano almeno tre caratteristiche: siano ben scritti, contengano elementi di novità e d’interesse, consentano al lettore la possibilità di riconoscersi”. Dunque: saggistica più che fiction. A parte una confessata infatuazione giovanile per “Il deserto dei tartari” di Buzzati. A chi non è successo, da giovane, di attendere lungamente un evento tra ansia e tensione, speranza e desiderio, ricerca di dare un senso alla propria vita?

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