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Cinema, che passione. Dai film muti a Salò, un magico incontro per appassionati e curiosi

Si tratta del primo step di ben quattro incontri nella sede dell'Associazione "L'Una e l'Altra", ex enoteca di via Ulisse Rocchi

“Il cinema italiano dal muto a Salò”: questo è il tema che lo storico del cinema Fabio Melelli ha trattato presso la sede dell’Associazione “L’Una e l’Altra”, ex enoteca di via Ulisse Rocchi. Si tratta del primo step di ben quattro incontri che il coltissimo cinefilo offre alla città, anche con l’intento di collaborare con l’amico Alberto Mori, storico libraio della Vetusta. Saletta stipata di amici del cinema, di estimatori di Fabio, di soci e simpatizzanti dell’Associazione.

Melelli, da cinefilo incallito, espone cose ignote ai più, come la circostanza che l’invenzione del cinematografo (“chinetografo”) non sia affatto dovuta ai fratelli Lumière, ma al meno noto, e italianissimo, impiegato del catasto, massone e geniaccio, Filoteo Alberini. Costui fu pioniere della decima Musa, regista, fondatore della Produzioni Cines e di cinema romani. Diresse “La presa di Roma” (costo 500 lire, pellicola di 250 metri, di cui ne restano 75 per 4 minuti di proiezione). La prima proiezione avvenne proprio a Porta Pia, il 20 settembre 1905, in occasione dell'anniversario dei 35 anni di Roma Capitale: fece oltre centomila spettatori in pochi giorni.

Poi Melelli snocciola dati e curiosità: D’annunzio e il cinema, il passaggio dal muto al sonoro, la propaganda e il cinema, pellicole in b/n colorate a mano, Mussolini e i cinegiornali (veri e tarocchi), i telefoni bianchi, il nudo e la censura fascista (meno occhiuta di quella democristiana). Tutto fino al cinema della repubblica di Salò, evitata come la peste da registi e attori che fiutavano il cambiamento di regime.

Meno che dagli sventurati Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, amanti diabolici e disperati, che finirono, ingiustamente, i loro giorni sotto i colpi di mitra di antifascisti partigiani. Feroci e disonesti.

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