Il "non spettacolo" dello Stabile dell'Umbria per combattere la paura del terremoto

Sabato 17 giugno viene a maturazione un progetto “non spettacolo” che si tradurrà in una festa speciale in quel di Preci: una sorta di rituale collettivo, legato all’esperienza del terremoto. Una condivisione gioiosa di esperienze e socialità, nata per uscire dalla retorica del dolore, drammaticamente reale, ma anche costrittiva e disumanizzante.

“Ci pensavamo da ottobre, ma è in aprile che è cominciato il nostro lavoro di individuazione dei bisogni, conoscenza reciproca, costruzione di affidabilità”, dicono a una voce i protagonisti di questa singolare avventura umana e culturale. Insomma: artistica, se per arte intendiamo quel “quid” che ci aiuta a comprendere il senso della vita. E a uscire dall’angoscia.

Il progetto fa capo al Teatro Stabile dell’Umbria e muove da un’idea di Leonardo Delogu e Linda Di Pietro. Co-attori dell’iniziativa sono Dom, Zoe e Opera, protagonisti di una residenza in cui si è assistito a una dimensione dell’artista come agente del cambiamento, purché sia in grado di valersi delle categorie della leggerezza, della discrezione, della delicatezza, sottolinea Franco Ruggieri.

Dunque, una ricerca che si pone in funzione di una ritrovata identità, del superamento della paura, del preciso intento di creare un presidio culturale che veda come agenti attivi gli stessi residenti. Sta proprio nella coralità della ricostruzione di una vita sociale e civile, la finalità del progetto. Che appunto risponde al nome di “Corale”. Dice Fernanda Cecchini: “Iniziativa che prova come lo Stabile non sia solo spettacolo, ma aiuti a raccogliere il meglio di quanto, in senso artistico, la comunità regionale mette a disposizione”.

Tra gli obiettivi, quello di attivare forme di socialità, di ascolto, di accendere visioni e prospettive aperte per individui di tutte le età, dai bambini agli anziani. Una delle finalità è stata anche quella di creare una casa per la comunità, come luogo d’incontro e attiva interlocuzione. Da qui la presenza dell’architetto Mael Veisse. Perché l’arte ci aiuta a sentirci meno soli. E, pur cercando l’evasione dal reale, non vi si sottrae, ma decide di sfidarlo.

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