Martedì, 19 Ottobre 2021
Cultura

Il greco antico è più vivo che mai. Intervista al professor Nicola Gardini: "Lingua del pensiero e dell'incontro"

Letteratura, filosofia, diplomazia e democrazia, quanto l'occidente deve alla lingua di Omero. Lo scopriamo con "Viva il greco. Alla scoperta della lingua madre"

Un vocabolario povero porta esprimere concetti modesti. Il greco antico possedeva aveva cinque parole per indicare il mare, da quello sulla riva a quello aperto. Il greco è lingua del confronto e dell’antitesi, della continua spinta ad elaborare un pensiero critico, a sviluppare una lingua democratica a servizio della “polis”.

La lingua greca ha fatto da culla alla poesia epica di Omero all’amore e all’eros con Saffo, ha permesso di elaborare i concetti di giustizia e di democrazia. È la lingua della filosofia, Platone, Socrate e Aristotele hanno indagato le profondità della mente umana e della natura, fondando le radici del pensiero occidentale. Di questo, e di altro, si discute, si approfondisce e si apprende grazie al volume che il professor Nicola Gardini ha dato alle stampe: “Viva il greco. Alla scoperta della lingua madre” (Garzanti, 288 pagine), un libro che si pone in continuità con “Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile”.

Professore, iniziamo da un concetto preliminare: le parole sono strumenti per esprimere il pensiero o sono le condizioni per poter pensare?

“La parola crea il pensiero e non c’è pensiero critico senza parole. Per esprimersi è necessario ragionare, studiare, che sia per cultura o per semplice riflessione personale. L’esempio delle lingue antiche ci spinge a riconsiderare la moderna comunicazione umana, sempre più affrettata e per questo imprecisa, non in grado di raggiungere gli scopi prefissati. Al tempo d’oggi si dice qualcosa. In passato le lingue declinate come il greco e il latino, erano, e sono, lingue dell’attenzione, del rigore morfologico e della bellezza della profondità di significati che si esprimono. Questi miei libri sono un invito a tornare ai progenitori, ai modelli di riferimento e alla bellezza della lingua. A lingue certamente complesse, ma allo stesso tempo con una capacità di sintesi e brevitas unica: ‘in medio stat virtus’. Sentenze di poche parole, dalla forte incisività delle soluzioni brevi. Il greco impone il rispetto del senso di quello che si pensa e si dice, che deve essere il più preciso possibile. Ci troviamo di fronte ad una vera arte della parola, il cui uso ci riporta ad alcuni doveri e responsabilità anche nel campo del vivere civile. La struttura complessa della lingua impone una sorveglianza superiore sul pensiero e su quanto affermare, anche noi, quindi, dobbiamo essere responsabili della nostra lingua. Per questo parlo di lingue politiche, perché erano a servizio della ‘polis’ e della ‘civitas’. Chiunque scrive o parla si sta rivolgendo alla comunità”.

Professore, perché lingua madre? In fondo il greco, con il suo alfabeto strano e il “campanilismo” delle poleis non rimane appannaggio di una minoranza?

“Lingua madre intesa come discendenza affettiva, un momento primordiale, originario, frutto di un concepimento. In questo senso il greco è alla base del mondo occidentale. C’è un inizio, storico, che non conosciamo, ma possiamo affermare che il greco è una lingua degli inizi di una cultura, l’inizio di una grande scrittura e della letteratura come riflessione sull’essere umano. Possiamo dire che grazie all’incontro con il greco è stato il latino ad evolversi, a raccoglierne l’eredità. Un lascito che si è perso nel tempo, almeno come uso della lingua greca, anche a causa della divisione dell’impero romano. Eredità riscoperta con l’Umanesimo. Con il ritorno del greco anche la madre ritorna e si riscoprono tutti quegli archetipi fissati nella letteratura, nella filosofia: quindi pace, guerra, amicizia, ospitalità, rispetto del nemico, parola, politica, educazione (paideia)”.

Professore, se il greco è la lingua della riflessione filosofica, della politica, lei punto l’attenzione sull’opposizine, sulla funzione avversativa della lingua greca. Non è un controsenso?

“L’opposizione, in questo caso, mira a stabilire una relazione: io e tu. Nell’opposizione ci si definisce, non si esprime un giudizio, negativo o positivo, si riproduce una relazione pacifica o di contrapposizione, di agonismo, ma anche di relazione positiva o negativa, oppure di ricerca di equilibrio. Un esempio. Nella poesia omerica Diomede interrompe il combattimento quando scopre che con il nemico ha rapporti di alleanza familiare. Una contrapposizione di cui abbiamo testimonianza nell’importanza della gara, dello sport, oppure nel rapporto d’amore tra amato-amante, oppure ancora nella considerazione dello straniero: da una parte i barbari con i quali non si ha nulla a che spartire, ma che non si odiano, sono solo diversi politicamente, i greci sono per la democrazia, gli altri per la tirannide; dall’altra ci sono gli ‘xenoi’, cioè coloro i quali hanno diritto di entrare in casa nostra, sono stranieri, ma familiari, cioè non sono nemici. La lingua greca, attraverso le opposizioni, mira alla pace, all’accoglienza delle differenze. I greci, politicamente divisi, hanno dato impulso alla creazione della diplomazia e la lingua si è evoluta seguendo questo percorso e questa necessità”.

Professore, ha ricordato più volte il valore democratico della lingua greca, nel senso che era una lingua di popolo?

“Non nel senso che potremmo dare oggigiorno, possiamo invece parlare di uno stretto rapporto tra lingua e popolo. Il greco è ricco di esempi di autori, ognuno diverso dall’altro per stile e genere, ma tutti condannati alla creatività e all’uso di una lingua ‘alta’. Noi moderni leggiamo in una lingua creata ed elaborata da intellettuali, ma non è quella parlata. Per noi moderni greco scritto e parlato si equivalgono, o quasi, ma è un equivoco. Ci troviamo di fronte ad un caso di astrazione della scrittura che, pur variando per struttura, lessico e creatività di ogni singolo autore, ci riporta all’uso pubblico della lingua: gli autori classici non scrivono per sé, ma dietro c’è sempre un intento pedagogico e pubblico, cioè quello della ricerca di verità e giustizia. E la lingua, alla fine, si adegua ad una struttura pubblica e democratica”.

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(Il professor Gardini alla presentazione del libro al Museo archeologico nazionale dell'Umbria, con l'assessore Leonardo Varasano, foto Sandro Allegrini)

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