Mercoledì, 22 Settembre 2021
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Cultura e Storie | Quando Capitini e Contini rischiarono di rompere l'antica amicizia... su "Le Rime di Dante"

Ce lo racconta lo studioso Carlo Pulsoni dentro la rivista “Insula Europea” (21 gennaio 2021)

Quando poco ci mancò che Capitini e Contini litigassero di brutto. Non fu litigio, ma dissenso, con qualche amarezza. Ce lo racconta lo studioso Carlo Pulsoni dentro la rivista “Insula Europea” (21 gennaio 2021). L’articolo s’intitola “Un correttore molto scrupoloso: Capitini lettore di Dante (e di Contini)”. Da dove nasce la questione del piccolo, ma non irrilevante, dissidio? Gianfranco Contini, già docente al nostro liceo-ginnasio “Annibale Mariotti”, aveva pubblicato da Einaudi “Le Rime” di Dante, inviandone una copia all’amico Aldo.

Il quale la lesse, e la postillò così bene, tanto da trovarci qualche errore e imprecisione. Uno, concettuale (dice: “Piccarda è nel cielo della Luna e non di Venere”) e poi un paio di “errorucci”. Invero trascurabili: un accento sbagliato (acuto anziché grave su “sarà”) e una “a” al posto di una “e”. Poca cosa, si dirà. È così. Ed è normale che l’amico lo segnali all’autore, per eventuali “errata corrige” su foglietto da allegare alla pubblicazione, o da correggere a mano sulle copie distribuite direttamente e omaggiate.

Ma Capitini, certo involontariamente, smarrona di brutto inviando le segnalazioni anche all’editore Einaudi, per la correzione. Insomma: in buona fede, sbaglia di grosso. L’atto è suscettibile di una lettura malevola. Nel senso che sa tanto di intrusione da terzo incomodo, su questioni privatissime, in cui è in gioco anche il decoro e la dignità culturale dello studioso Contini. E Contini non ha peli sulla lingua, scrivendo a Capitini: “Carissimo, la tua lettera mi ha – è il minimo che possa dire – enormemente sorpreso. Ti sono e sarò gratissimo di ogni, seria o lieve, mia svista che mi segnalerai. Ma segnalarla al mio editore è (non capisco come tu non te ne renda conto) cosa d’una indelicatezza e d’un’indiscrezione che rasenta l’immoralità, e che chiunque altri che me, meno benevolo e che non ti conoscesse, attribuirebbe solo a malignità e inimicizia”.

Tanto che, scrive Pulsoni: “Fortunatamente l’amicizia tra i due non si ruppe a seguito di questo episodio, e con la lettera di Contini del 19 gennaio la vicenda si può considerare conclusa ‘La faccenduola Einaudi non ha nessuna importanza…’”. Dal canto suo, Contini non rinuncia a sottolineare, levandosi un sassolino dalla scarpa, con un sarcasmo: “La tua moralità, amicizia e forse santità sono da sempre fuor di dubbio quanto un a priori”. Convinzione, in me lettore, generata dalla parola “santità” che, anche per Capitini, mi pare decisamente troppo. Comunque l’episodio non fu tale da rompere un’amicizia e una stima reciproca che avrebbe retto a prove ben più dure. E i cui fili furono fortunatamente riannodati.

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