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"Non ci resta che piangere": così Hollywood ha ucciso il cinema italiano

Qual è attualmente lo stato dell’arte del cinema italiano? “Non ci resta che piangere!”, risponde lo storico della decima Musa, Fabio Melelli

Qual è attualmente lo stato dell’arte del cinema italiano? “Non ci resta che piangere!”, risponde lo storico della decima Musa, Fabio Melelli. L’associazione “L’Una e l’Altra” ha perduto la sede, ma non  la voglia di aggregare intorno a temi di carattere culturale. E, stavolta, utilizza la sede della biblioteca comunale presso il complesso monumentale di San Matteo degli Armeni, fuori del Cassero di Porta Sant’Angelo.

La diagnosi di Melelli è infausta e passa per la crisi di un’industria culturale, che  pure ha conosciuto i fasti della Hollywood sul Tevere. A metà degli anni Settanta fu la televisione, attraverso la liberalizzazione delle frequenze, a dare il colpo di grazia, spopolando le sale, giungendo a erodere incassi e presenze. Da allora è stato tutto uno scivolamento inarrestabile per una  ripida china.

A rompere le uova nel paniere sono venute le mega produzioni statunitensi e i grossi registi come Scorsese, Coppola, Spielberg. Costosi ed efficaci effetti speciali (“Lo squalo”), mirabilia tecnologiche (“Guerre Stellari” di Lucas)  o film con grossi calibri attoriali come “Il padrino” hanno mortificato l’italica produzione.

In Italia si tentarono nuovi generi, come il “poliziottesco”, ma si trattò di armi spuntate. Poi venne il cinema “televisivo” coi vari Pozzetto, Verdone, Troisi, Benigni, Celentano: sempre troppo poco per contrastare le corazzate americane che affondarono le traballanti barchette di esili trame e modesti mezzi produttivi. “Si pensi – ricorda Melelli – che nel 1965 in Italia si producevano circa 300 film all’anno e che oggi se ne realizzano una cinquantina, con un asfittico sistema assistito di finanziamenti pubblici. Il  tutto, per film che spesso non arrivano nemmeno nelle sale”.

Colpa della televisione? Forse sì: prodotti per un pubblico di bocca buona, disabituato a cogliere la qualità della recitazione e pronto a bersi storie poco impegnative, scontate, ben oltre il limite della banale serialità. Diagnosi effettuata. E la terapia? Male incurabile del prodotto da consumo facile e commerciale, creato in funzione degli inserti pubblicitari e del business più trito. Insomma: non ci resta che piangere.

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