VISTI PER VOI Commedia con schianto di Liv Ferracchiati racconta i tragici turbamenti di un autore in crisi, fra dramma esistenziale e cabaret

È il teatro a dover entrare nella vita o la vita a penetrare di forza nel teatro? Insomma: la drammaturgia deve inventare situazioni o, viceversa, raccogliere frammenti di vissuto?

È il teatro a dover entrare nella vita o la vita a penetrare di forza nel teatro? Insomma: la drammaturgia deve inventare situazioni o, viceversa, raccogliere frammenti di vissuto? Alla seconda ipotesi è orientato l’autore, protagonista frustrato e privo d’idee, fissato con le pere: morbide, granulose, consolatorie.

“Commedia con schianto”, di Liv Ferracchiati, racconta i tragici turbamenti di un autore ritrovato annegato in piscina, a faccia in giù, come Gillis-William Holden in “Viale del tramonto”. La fine che corrisponde con il fine? Non inseguiamo, forse, col nostro sbagliato stile di vita, l’autodistruzione?

La doppia azione si svolge su due piani: dietro, la fase creativa; davanti, la sua rappresentazione. Con attori sull’orlo di una crisi di nervi, in ambasce per la difficoltà di dialogare con un autore schiacciato dal torchio del “dover” produrre, anche in assenza d’idee.

Un lavoro che esce dalla consueta ricerca d’identità, smarrite o forse ritrovate, che fu materia dell’apprezzata trilogia della prolifica Ferracchiati, autrice di vaglia.

Gli attori – Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Alice Torriani (da sballo!), Fedrico Röhl – corrispondono perfettamente alla bisogna, muovendosi su un terreno straniato e straniante, con perfetta aderenza e tempi straordinari. In un mix di comicità da teatro dell’assurdo e tragicità di una disperata ricerca di senso. Disperata, perché condannata all’insuccesso.

Ma può una pera compensare il sensus finis, il dramma della pagina vuota e il muro invalicabile della crisi creativa, punteggiato da cocci aguzzi di bottiglia? Domanda vana per un testo-pretesto e, addirittura, metatestuale.

Sta di fatto che il racconto di un fallimento si rivela perfettamente riuscito. E il pubblico se ne va allegro e divertito. Salvo scoprire, ripensandoci a freddo, il dramma inesplicabile di quella rappresentazione intrisa del male di vivere.

Una parola per i costumi di Laura Dondi: l’idea di lasciare i cartellini sugli indumenti è semplicemente strepitosa. Possibili interpretazioni: 1. Ci vestiamo di “panni” che non sono nostri, prendendo in prestito false identità; 2. Reificazione degli individui; 3. Tutto è in vendita: anche le persone e, forse (pensando a Faust), perfino l’anima.

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