Economia

Umbria e sostegno alle famiglie: tutto quello che c'è da sapere sull'Assegno Unico per i Figli. Fino a 167,50 euro al mese

Gli importi saranno legati al reddito Isee e il sostegno economico è concesso fino al raggiungimento dei 21 anni di età

La grande risonanza che sta avendo in questi giorni nei media l’entrata in vigore dell’Assegno unico per i figli minori di 21 anni merita un approfondimento: infatti dal 1°
luglio è possibile fare domanda per ricevere l’assegno ponte, mentre l’Assegno unico e universale per i figli (Auff) che sarebbe dovuto partire dal 1° luglio, diventerà effettivo soltanto nel 2022. Vediamone i dettagli. Nell’attesa dell’attuazione completa del cosiddetto Family Act, approvato dal Consiglio dei Ministri l’11 giugno dell’anno scorso, il testo del decreto attuativo denominato “Misure urgenti in materia di assegno temporaneo per figli minori” ha introdotto dal 1° luglio e fino al 31 dicembre dell’anno in corso l’assegno ponte, destinato alle famiglie con figli minori che non beneficiano degli assegni per il nucleo familiare. 

Il nucleo familiare del richiedente, in caso di presenza di figli minori di 18 anni, deve essere in possesso di un Indicatore della situazione economica equivalente (Isee) inferiore a
50mila euro annui. L’Isee sarà anche il parametro per il calcolo dell’importo riconosciuto. Si evidenzia che rispetto a quanto previsto dalla legge delega, l’assegno per i figli temporaneo operativo dal 1° luglio 2021 spetta esclusivamente per i figli minori, e non fino al compimento dei 21 anni di età del figlio. Inoltre, come evidenziato dall’Istituto nazionale per la previdenza sociale (Inps) nella circolare del 30 giugno 2021, l’assegno temporaneo spetta, nel rispetto dei requisiti generali, anche a chi beneficia degli assegni familiari (coltivatori diretti, coloni, mezzadri e titolari di pensione da lavoro autonomo), e a chi non beneficia degli Assegni nucleo familiare (Anf) in quanto non possiede uno o più requisiti.

In parallelo all’avvio dell’assegno unico, si ricorda infatti che dal 1° luglio 2021 aumenta anche l’importo degli Anf, in misura parallela al sostegno ponte riconosciuto per il
momento solo ad autonomi e disoccupati, ossia a coloro che non percepiscono gli assegni al nucleo familiare. Elemento di novità dell’Assegno unico e universale per i figli e che rende tale misura un’importante e qualificante novità culturale delle politiche familiari in Italia, è il riconoscimento del diritto all’assegno indipendentemente dalle caratteristiche familiari e professionali dei genitori. Spetterà infatti anche ai titolari di partita iva e ai lavoratori inoccupati. Tuttavia gli importi saranno legati al reddito Isee: fino a 7mila € l’importo sarà di 167,50 € al mese per figlio, 335 € per due figli, dal terzo 653 €. Per cinque o più figli si percepiranno 1.179 €. 

Gli importi decrescono in percentuale all’aumentare del reddito. Altra novità è il carattere di universalità. Nel concreto questo significa che ne avranno diritto tutti i genitori con figli a carico fino al compimento del 21° anno d’età se i figli continuano gli studi, altrimenti fino al compimento della maggiore età. Si calcola che questo provvedimento inizierà a interessare dall’anno prossimo un bacino di persone che si aggira intorno ai 28,1 milioni, minori compresi. In particolare in Umbria le coppie sono circa 214mila, di cui 124mila (il 58%) con figli. Aggiungendo il numero dei monogenitori (circa 34mila), i nuclei familiari potenzialmente interessati a beneficiare della nuova misura di sostegno sono 158mila. 

Si calcola che in Italia le coppie con figli fino a 21 anni siano circa il 70% del totale, mentre è assai minore l’incidenza tra i genitori soli, 47%. Applicando tali stime all’Umbria si può ipotizzare che i beneficiari dell’assegno unico potrebbero aggirarsi attorno a 86-87mila coppie e a 15-16mila monogenitori. Altro dato interessante è la numerosità nell’ambito dei nuclei familiari, che conferma la precaria situazione della fecondità in Italia. Esaminando dapprima le coppie, emerge che quasi il 48% ha un solo discendente, poco meno del 42% due e appena più del 10% tre e più. I monogenitori con figlio unico, com’era da attendersi, rappresentano il 69% del totale, con due figli il 27% e con tre e più il 4% Altro obbiettivo è quello di incrementare la copertura territoriale e l’accessibilità a costi limitati dei servizi per l’infanzia. Secondo l’Istat, nell’anno 2018-2019 sono attivi in Italia 13.335 servizi per la prima infanzia per un totale di 355mila posti, di cui oltre la metà gestiti dai comuni. L’offerta complessiva comprende i tradizionali asili nido (81,5%) e le sezioni primavera (10%) – un nuovo percorso verso la scuola materna per i bambini tra i 2 e i 3 anni – oltre ai servizi integrativi (spazi gioco, centri per bimbi e genitori, prestazioni in contesto domiciliare) con una quota del 9%.

Nonostante un lieve miglioramento negli ultimi anni, la copertura dei posti rispetto ai giovanissimi fino a due anni compiuti è pari al 25,5%, ben al disotto del parametro del 33% stabilito dall’Unione europea per poter sostenere la conciliazione tra vita familiare e lavoro. Ciò che caratterizza il nostro paese è la rilevante disomogeneità territoriale. Sia il Nord-est che il Centro si attestano appena sopra il target europeo, il Nord-ovest (quasi il 30%) non è molto lontano dall’obiettivo, mentre c’è una distanza abissale con il Mezzogiorno, dove il Sud si aggira intorno al 13,3% e le Isole al 13,8%. I costi del servizio e la scarsa diffusione in alcune aree del Paese sono le cause principali di rinuncia al nido. Una situazione migliore si registra nel Centro Italia che ha una copertura complessiva del 33%. In tale ambito figura al primo posto l’Umbria con il 42,7% che distanzia nettamente le altre regioni anche per un maggior ricorso ai servizi gestiti dai privati. 

“Non bisogna però adagiarsi su tali posizioni – spiega Odoardo Bussini, professore di demografia presso l’Università degli Studi di Perugia - ma con un intelligente sforzo programmatico, pensando anche alle risorse del Next Generation Eu, puntare a raggiungere prima possibile il 50% di copertura”. I provvedimenti appena descritti cercano di dare una risposta alle trasformazioni sociali e i mutamenti culturali legati ai processi di secolarizzazione della società europea e italiana che hanno prodotto importanti cambiamenti nei comportamenti familiari. 

Il ritardo della transizione alla vita adulta è stato particolarmente accentuato nel nostro paese e, di conseguenza, anche la nascita del primo figlio – l’età media al parto nel 2020 ha superato i 32 anni, il dato più alto nell’Ue – contribuendo ad aumentare il gap tra fecondità effettiva e desiderata. Il notevole calo della fecondità nell’ultimo decennio è dovuto a un rallentamento della propensione a fare figli che riguarda le donne più giovani, sia italiane sia straniere. Peraltro, in una fase in cui le potenziali madri – soprattutto quelle in età tra 30 e 34 anni, dove avviene il maggior numero di nascite – sono in forte riduzione perché provengono dalle generazioni di fine anni Ottanta, caratterizzate da un primo consistente assottigliamento.

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