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Umbria e sisma, ora si rischia lo spopolamento in Valnerina: chiesto un piano speciale per lavoro, case e scuole

Ricostruire presto e bene è importante, ma non sufficiente. Lo ha ribadito la Cgil dell'Umbria che ha effettuato uno studio socio-economico

Ricostruire presto e bene è importante, ma non sufficiente. Lo ha ribadito la Cgil dell'Umbria che è convinta che quello che serve alle aree terremotate dell’Umbria è un progetto di carattere economico e sociale che faccia argine al più grande pericolo che incombe ora sulle aree interne appenniniche: lo spopolamento.

Un pericolo reale, secondo lo studio della Cgil e dell'Ires, dato che già prima del sisma la situazione anagrafica non era bene messa: basti pensare, a livello di residenti, che solo il 62,7% delle abitazioni nei 15 comuni del cratere umbro erano effettivamente occupate da residenti, un dato ben inferiore alla media di tutti i comuni terremotati. Ma ci sono situazioni, come quella ad esempio di Preci o di Poggiodomo, nelle quali le seconde case o le case vuote rappresentano il 70-80% del totale.

"Qui è evidente - come hanno sottolineato Vincenzo Sgalla, segretario della Cgil Umbria, Filippo Ciavaglia, segretario della Cgil di Perugia, e Mario Bravi, presidente dell’Ires Cgil dell’Umbria - che in mancanza di un forte incentivo a rimanere sul territorio il rischio di abbandono è enorme”.

E da questo punto di vista - hanno sottolineato i sindacalisti - l’esperienza del terremoto del 1997 dovrebbe fare scuola: una ricostruzione fatta bene e anche in modo relativamente rapido non ha scongiurato, per alcuni territori della fascia appenninica, un progressivo spopolamento, dovuto soprattutto alla mancanza di opportunità di lavoro e di una prospettiva di sviluppo. Ecco allora che per la Cgil diventa fondamentale progettare il futuro di tutta l’area terremotata, legandolo a doppio filo con quello delle aree interne del paese e della fascia appenninica.

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