Economia

Umbria e Covid: il bilancio del prezzo della crisi. Le possibili soluzioni per una ripresa vera

"E' soprattutto una crisi dei servizi, anche se i contraccolpi del primo lockdown hanno pervaso tutta l’economia con esiti eterogenei”

A più di un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria da covid-19, si tenta di fare un primo bilancio per capire la gravità e la portata della crisi che stiamo vivendo. Ma soprattutto per pianificare, per quanto possibile la ripartenza. In Umbria la situazione è disomogenea sia per quanto riguarda le perdite di posti di lavoro sia per la ripresa dei settori maggiormente colpiti. Dall’inizio del 2020 il mondo sta affrontando la più grave pandemia dell’ultimo secolo. L’Italia è stato il primo paese europeo in cui, dal 20 febbraio, è stata registrata un’ampia diffusione del virus, partendo dalla Lombardia per propagarsi poi in tutto il paese. 

In Umbria, riporta il documento redatto della Banca d’Italia, i primi casi sono stati rilevati alla fine di febbraio. Il numero di nuove infezioni ha raggiunto un picco all’inizio di aprile, in anticipo rispetto a buona parte del Paese, per poi diminuire. Alla fine di maggio risultavano accertati circa 1.400 casi di contagio con un’incidenza molto più contenuta della media nazionale (1,6 contro 3,9 ogni 1.000 abitanti). Anche la dinamica della mortalità, che ha seguito quella delle infezioni con un ritardo di alcuni giorni, è stata inferiore (86 contro 554 ogni milione di abitanti).

Dal punto di vista prettamente economico, l’interruzione forzata di ogni attività non strettamente necessaria ha avuto un impatto negativo inevitabile su tutte le produzioni manifatturiere. La flessione, più marcata per i servizi turistici e culturali, la ristorazione e il commercio al dettaglio non alimentare, è stata diffusa. È diminuita anche la natalità di impresa. I piani di investimento sono stati rivisti al ribasso. 

I cambiamenti degli stili di vita, l’isolamento sociale e le chiusure forzate hanno portato ad una sostanziale modifica della domanda. Sull’andamento dell’economia regionale hanno inciso le forti debolezze strutturali del tessuto economico che potrebbero verosimilmente rivelarsi un freno per la ripresa dell’attività nella fase di uscita dalla crisi indotta dall’epidemia. Ricordiamo che i due motori principali su cui si regge ancora l’economia della regione sono l’industria manifatturiera e il sistema turismo-cultura, comparti che si basano fortemente sugli spostamenti fisici di merci e di persone.

I dati dell’Istat indicano per l’Umbria una sostanziale stabilità dell’occupazione nella media del primo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel secondo trimestre 2020 si è assistito a un crollo dell’attività economica, seguito da un recupero, per certi aspetti superiore alle aspettative, nel terzo trimestre e una nuova riduzione nel quarto dovuta alla recrudescenza della diffusione dei contagi. Il deficit occupazionale ha interessato in particolare il settore turistico, contando perdite occupazionali pari a 5mila unità, per i tre quarti donne con meno di 35 anni. 

Negli Altri servizi, hanno perso il lavoro circa 3mila e 300 persone, in maggioranza uomini che ricoprono una posizione lavorativa dipendente. Su base percentuale la perdita si attesta intorno al -1,9% contro il -1,6% a livello nazionale Sul versante agricolo la perdita è stata del 15,5%, coinvolgendo quasi 2.500 lavoratori, più della metà maschi. La crisi occupazionale del terziario, in particolare per il commercio al dettaglio, alberghi e ristoranti, è stata più pesante in Umbria (-6,4%) rispetto al dato nazionale (-5,8%),

In controtendenza invece il comparto industriale: tra il 2019 e il 2020 ci sono stati circa 3mila occupati in più, in maggioranza donne, (+4,3% il dato umbro; -0,4% il dato nazionale) al contrario del settore costruttivo che vede un aumento di 1500 unità, nella quasi totalità uomini. “Da una prospettiva settoriale, la crisi attuale – spiega Elisabetta Tondini, ricercatrice presso l’Agenzia
Umbria Ricerche (Aur) - presenta connotati assai differenti rispetto a quella del 2008, di origine finanziaria con ricadute segnatamente industriali ed effetti marginali sui servizi per il mercato. Invece, seppur con molti distinguo, quella che stiamo vivendo da più di un anno, è soprattutto una crisi dei servizi, anche se i contraccolpi del primo lockdown hanno pervaso tutta l’economia con esiti eterogenei”.

Ad oggi non è facile prevedere quanto e quando la riduzione drastica dei consumi tornerà a invertire la tendenza: ovviamente molto dipenderà dall’evoluzione della pandemia, sia in termini di effetti sul comportamento delle persone verso una nuova vicinanza sociale sia soprattutto dai tempi del piano vaccinale e dalla sua efficacia. E’ probabile che il mutamento della domanda verso il commercio online e la modalità di lavoro da remoto diverranno sempre più diffuse e permanenti. Le attività connesse alla ristorazione e al trasporto si organizzeranno con l’asporto o si insedieranno sempre più in contesti residenziali invece che in prossimità dei luoghi di lavoro. Tornerà sicuramente a riprendere la fruizione dei servizi ricreativo-culturali che ruotano intorno al turismo, fondamentali non solo a livello economico ma essenziali al benessere degli individui.

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