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Futuro | Addio caro borgo antico dell'Umbria? L'analisi di Aur: "I capoluoghi di provincia e le città sopra i 15mila abitanti sono il futuro possibile..."

Lo slogan “piccolo è bello” sembrerebbe non reggere più: ecco perchè...

Ormai è chiaro che il modello umbro, reso famoso dallo slogan “piccolo è bello” che indica il territorio come omogeneo, incontaminato, capace di un'innovazione incrementale basata sulla trasmissione dei saperi tradizionali, ha bisogno di una revisione sostanziale. Il grande problema da affrontare è il pregiudizio anti-urbano che porta a percepire le città come un qualcosa di estraneo sia al paesaggio della regione che al modello socio-economico. E' quanto emerge dall'ultima ricerca di Agenzia Umbria Ricerche (Aur).

Dal punto di vista storico, questo modello già scricchiolava negli anni '70 e '80, quando lo sviluppo economico era trainato dai distretti industriali, cioè un sistema territoriale di piccole e medie imprese (Pmi) fortemente specializzate e orientate all'esportazione, nelle cosiddette province della Terza Italia, concetto che comprendeva le regioni del Triveneto – Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia – le regioni rosse – Emilia Romagna, Toscana e Umbria – e le Marche. Quest'area del paese era caratterizzata da una morfologia industriale incentrata appunto sulle piccole imprese e quindi distinta da quella del nord-ovest. Le origini storiche di questa struttura produttiva sono l'organizzazione agricola, soprattutto mezzadrile, preesistente l'industrializzazione e la famiglia colonica assimilabile per quanto riguarda la sua unità economica all'odierna piccola-media impresa.

In Umbria i distretti industriali continuano ad essere: il settore della ceramica nell'area di Deruta, l'abbigliamento e il cashmere a Perugia, l'arredamento e il metalmeccanico nel marscianese, il ricamo ad Assisi, la tipografia e la cartotecnica a Città di Castello-San Giustino, l'area siderurgica e chimica tra Terni e Narni. E' chiaro che non si può non tenere conto della sedimentazione storica di questi settori nel territorio ma è anche vero che il “cambiamento tecnologico e la globalizzazione hanno messo in crisi anche il modello dei distretti industriali, che hanno dovuto ristrutturarsi, superare le dimensioni minime, uscire dalle province e collegarsi ai centri urbani per allacciarsi ai servizi avanzati lì reperibili”, come sottolinea Giuseppe Croce, ricercatore Aur.

Bisogna quindi almeno tentare di entrare nell'ottica che le città, anche quelle di dimensioni medio-piccole come quelle umbre, sono un luogo di incontro tra diversità (e questo non è per forza un male, se le parti si predispongono all'ascolto critico e senza pregiudizi), dove creare relazioni, sprigionando una capacità di attrazione sui territori circostanti, in modo da creare una rete non solo con il territorio ma anche tra poli cittadini, realizzando proiezioni potenzialmente globali che superano i confini ristretti e arbitrari della nostra regione.

Policentrismo non significa automaticamente frammentazione, l'autosufficienza localistica è ormai un'utopia e la crescita turistica da sola non basta. La nuova organizzazione economica ha bisogno di ordine, garantito dal coordinamento su larga scala ma anche di libertà come fonte di invettiva, aspetto tipico delle piccole realtà. Non bisogna quindi gettare via il passato ma occorre cercare di massimizzare il benessere delle persone – inteso come equilibrio momentaneo e dinamico dal punto di vista biologico, psichico e sociale dell'essere umano – l'unica cosa che al momento può fare la differenza, partendo dalle tecnologie intermedie, più efficienti di quelle tradizionali ma meno costose di quelle ultra moderne.

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